Gianni De Martino

Sulla scrittura, la letteratura e l'inumano
giovedì, novembre 25, 2004

UNA VOCE DALL'ESILIO

"Perché i fondamentalisti uccidono il mio Corano "

di Abu Zayd Nasr

Nasr Hamid Abu Zayd

Fui un simpatizzante dei Fratelli musulmani. Non ero contro la rivoluzione, né ero contro Nasser, ero però dell’opinione che l’Islam fosse una cosa importante e che il governo invece ne abusasse.

Non che considerassi tutta la società «miscredente», come invece affermavano i Fratelli musulmani, ma c’era qualcosa che mancava. All’epoca il governo era riuscito a controllare l’Università di al-Azhar e ad utilizzarla nella lotta contro i Fratelli musulmani. Al-Azhar obbedì e cominciò a lodare i vantaggi del socialismo, del nazionalismo arabo, della pianificazione familiare e altro.

Le manipolazioni furono talmente evidenti da suscitare la mia rabbia. Oggi si sa perché Nasser fu così intransigente nel perseguitare i Fratelli musulmani: essi avevano appoggiato la rivolta degli Ufficiali Liberi del 1952, alcuni di loro avevano affinità ideologiche con gli Ufficiali liberi. Dopo il golpe però, i Fratelli musulmani volevano che l’Islam venisse dichiarato religione di stato e che la shari’a diventasse l’unica fonte del diritto.

Gli Ufficiali liberi invece non vollero cedere il loro potere, e offrirono ai Fratelli musulmani soltanto il ministero degli affari religiosi. Lo Stato cominciò a perseguitare i Fratelli musulmani, i quali nel 1954 reagirono con un attentato alla vita di Nasser. Ne seguì l’esecuzione di molti di loro. [...]

Nutrivo ancora molto rispetto per la persona di Nasser e mi riconoscevo nei valori della rivoluzione, nell’obiettivo di una distribuzione più equa delle ricchezze e di una partecipazione dei ceti più poveri all’istruzione e ai servizi sociali. [...] Ma sono stato derubato di un sogno, nobile e bello. Di fronte alla disfatta del 1967 mi meravigliai soltanto che nessuno l’avesse prevista. Nonostante avessi previsto la sconfitta, fu un momento tragico per me. Avevo intuito che un popolo che non è libero non è in grado di lottare. Sapevo che uomini derubati della loro dignità non possono essere dei buoni combattenti. E malgrado tutto ciò, la sconfitta fu terrificante.

Rimasi come stordito per una settimana intera. Soltanto quando i popoli, ad un certo punto, riescono a trovare la forza per distruggere le proprie figure-simbolo, allora probabilmente riescono a essere liberi. E Nasser è stato una di queste figure-simbolo. Il popolo egiziano lo amava.

Ma, come nella vita dell’individuo, anche in quella dei popoli arriva il momento in cui deve avvenire ciò che Freud chiama l’uccisione del padre, cioè appunto la liberazione dal dominio del padre.

Il carisma di Nasser ha fatto in modo che il popolo egiziano vedesse in lui il padre, per liberarsi il popolo avrebbe dovuto ucciderlo. In sé, non sarebbe stata importante tanto la sentenza di un tribunale, quanto il fatto che un sovrano si fosse sottoposto al giudizio di un tribunale. Il popolo egiziano in quel momento avrebbe potuto prendere l’iniziativa, invece gli diede carta bianca, anche se Nasser non aveva più alcuna possibilità di sfruttarla. Ogni altro leader avrebbe potuto farne dei miracoli, Nasser invece era già finito. Ebbe inizio così un periodo di grandi disordini e di molteplici intrighi.

La scoperta dell’ermeneutica

Dalle letture di Gadamer, Heidegger, Ricoeur, fatte in contemporanea a quella di  Ibn Arabi, mi apparve improbabile l’esistenza di due filosofie, una occidentale e l’altra orientale. Certamente i testi ricorrevano a terminologie, a metafore o ad una sintassi diverse, però fondamentalmente trattavano tutti lo stesso argomento: il rapporto tra il testo ed il suo lettore.

Il testo in questione poteva essere un testo rivelato, un’opera d’arte o riguardare il mondo intero, ma per poter esistere aveva sempre bisogno di essere letto. Contemporaneamente mi accorsi che la lingua non era soltanto un ricettacolo neutro, ma che era coinvolta nel formarsi dell’argomento. Fu allora che pubblicai il primo saggio in lingua araba sull’ermeneutica occidentale, che, iniziata con l’interpretazione del Vecchio Testamento, fornì a quest’ultima le basi teoriche.

Più tardi l’ermeneutica fece il suo ingresso anche in altre scienze, come la filosofia, l’estetica, le scienze letterarie, e anche in quelle sociali.

Tutto ciò, da noi, non si è verificato: l’ermeneutica araba è rimasta relegata all’esegesi coranica.

La crescita del fondamentalismo

Quando Sadat fu assassinato il 6 ottobre 1981 da quegli stessi che lui aveva contribuito a rafforzare, tutto l’Egitto rassomigliò ad un carcere. Un mese prima del suo assassinio, Sadat aveva definitivamente rotto con gli islamisti che reclamavano per sé il potere. Aveva imprigionato molti di loro e contemporaneamente aveva fatto arrestare in un’unica notte centinaia di intellettuali. Il primo sforzo di Mubarak, che succedette a Sadat, fu quello di rasserenare la situazione: rilasciò gli intellettuali e tentò di integrare i cosiddetti islamisti «moderati» nel sistema di potere.

La vera colpa di Mubarak tuttavia, così come dei suoi predecessori, consistette nella chiusura nei riguardi delle riforme democratiche. È dal 1981 che in Egitto vige la legge marziale.

Gli islamisti nel frattempo avevano già cominciato la loro marcia per conquistare spazio all’interno delle istituzioni e per avere un controllo sempre maggiore delle associazioni studentesche, delle varie categorie professionali, così come dei sindacati.

Contemporaneamente l’opposizione laica si era ulteriormente indebolita. Il terrorismo fisico si trasformò in terrorismo psicologico e si diffuse nella società.

Così facendo si creò un contesto nel quale divenne possibile che un tribunale condannasse un uomo per un reato chiamato apostasia e imponesse il divorzio a due coniugi, contro la loro volontà.

Il Corano

Il tratto specifico della civiltà islamica è l’autorità esercitata dal Testo.

Ciò non significa che razionalità ed altri fattori non siano importanti, ma che la sua peculiarità risiede nella funzione svolta dal Corano. È indubbio che dallo studio del Corano non sia scaturita solo la teologia, ma anche tante altre scienze, quali la grammatica, la letteratura, la giurisprudenza, la storiografia e le espressioni artistiche tipiche, come ad esempio la calligrafia ed il canto. Vi è però una grande differenza tra il riconoscere l’autorevolezza religiosa di un testo, sottolineandone la funzione generatrice di civiltà, e l’attribuirgli un’autorità assoluta su tutti gli ambiti della vita.

Il Corano è un’autorità in campo religioso, ma non è la cornice entro la quale contestualizzare le scoperte della scienza storica o della fisica. Oggi, tuttavia, si sta rafforzando la tendenza a pensarlo come «contenente già tutte le verità conosciute o conoscibili dalla ragione». Il ché è pericoloso ed ha in sé due conseguenze.

Da un lato sminuisce il significato della razionalità umana e consolida contemporaneamente l’arretratezza, dall’altro trasforma il Corano, da testo della Rivelazione, in un trattato politico, economico o giuridico. Lo priva così di una parte della sua essenza e cioè della sua specifica dimensione religiosa e spirituale. [...]

Nella genesi coranica i due sessi sono parificati. La divisione dell’anima in una coppia non genera nessuna superiorità di una parte rispetto all’altra. E’ vero che il Corano cita spesso il nome Adamo, mentre non appare mai quello di Eva, ma nel Corano Adamo non rappresenta l’«uomo maschio»,e neppure uno specifico essere umano, bensì tutto il genere umano. Il Corano non distingue tra l’azione religiosa di un uomo e quella di una donna, neppure quando tratta della loro punizione o premio nell’aldilà. (ehm ...e le 72 vergini? ndR)

L’accusa di apostasia

Tutto procedette normalmente fino al 1995, quando ebbe inizio la disputa a proposito della mia promozione. L’Università del Cairo mi aveva rifiutato l’ordinariato in seguito all’accusa di apostasia, rivoltami in uno dei tre rapporti richiesti dall’università per valutare il mio operato intellettuale. Gli altri due avevano appoggiato con insistenza la mia promozione, ma il senato accademico aveva dato seguito al voto minoritario di ’Abd as-Sabur Shahin, basato su una miriade di insulti, travisamenti e diffamazioni.

Aveva attribuito alle mie opere idee pervertite e pensieri ateo-marxisti, e persino il «più abominevole disprezzo dei fondamenti della religione».

Poi cominciarono ad apparire nella stampa articoli che mi attaccavano e che si riferivano, tutti quanti, al solo rapporto negativo di ’Abd as-Sabur Shahin e alla sua predica del venerdì nella principale moschea del Cairo [...] in cui si faceva riferimento a un professore comunista ed ateo, dell’Università del Cairo, il quale, vistasi negata la promozione, stava infiammando gli animi dei comunisti. Cominciarono allora ad apparire caricature disgustose, di cui la peggiore fu forse quella dove si vedeva un uomo corpulento, il quale colpiva con un pugnale il Corano facendone uscire del sangue. Il titolo della vignetta era: Nasr Abu Zayd.

Nella nostra facoltà si insegnava poesia, filosofia, storia e islamistica. Molti studenti ora rifiutavano ogni novità: non accettavano la discussione, la respingevano. [...]. Ci ritrovammo con una tipologia di studenti universitari programmata per ragionare in una sola dimensione: quella delle cose permesse o vietate. Se, durante una lezione, accennavo ad una poesia d’amore, poteva accadere che una diciottenne si alzasse per dire che nell’Islam le poesie d’amore erano proibite. Ed allora, io, in che situazione mi venivo a trovare? Invece di adempiere al mio compito, e quindi discutere della struttura e dei contenuti di una poesia, ne dovevo illustrare la legittimità all’interno dell’Islam. Mi dovevo abbassare ad un livello non degno dell’istituzione universitaria, quello del permesso e del vietato. E man mano si scendeva sempre più verso il basso.

È facile immaginare cosa accadesse quando, durante i miei corsi sul Corano, affermavo, per esempio, che il Corano è un prodotto della sua cultura.

L’insegnamento per me era un piacere, la mia vocazione. Ma ora mi sentivo come uno schiavo ai lavori forzati. Tutto il caso scatenato dalla mia promozione negata mi sembrava soltanto un episodio di quest’incubo più grande. [...]

Ho conosciuto altre culture negli Stati Uniti, in Europa e a Tokyo. Sono ritornato per insegnare ciò che avevo imparato: che il mondo è grande, che né il Cairo, né Tokyo, né New York sono il mondo, ma che tutto messo assieme è il mondo.

La forza della fede

Non mi è dato di giudicare la fede di una persona, ma soltanto le sue opere. Chi si rende utile alla società, all’umanità, chi aggiunge del buono al Regno di Dio è figlio di questa comunità, che sia cristiano, ebreo, ateo, druso o quant’altro. Molto, moltissimo tempo fa incontrai un’indovina che leggeva la mano. Non credo in queste cose, ma lei guardò la mia mano e mi disse:«Nel tuo cuore porti una moschea di Dio che splende!»

In arabo la parola «moschea» (masjid) significa «luogo dove prostrarsi davanti a Dio» ed il mio cuore è tale luogo.

Se fossi davvero come è stato detto di me, sarei stato annientato.

Nessuno saprebbe opporre tanta resistenza se non avesse la fede ( Abu Zayd Nasr).

dal Riformista 24 nov 2004, "Perché i fondamentalisti uccidono il mio Corano " di Abu Zayd Nasr , autore di Una vita con l'Islam ( Il Mulino, 2004). L'articolo del professore egiziano finito esule in Olanda ce lo fornisce Rolli ( grazie a Herakleitos )

Fonte: http://www.rolliblog.net/archives/002574.html#more

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Nato a Quhâfa, in Egitto, nel 1943, Abù Zayd , già professore all'Università del Cairo, nel 1995 è stato condannato come apostata, con la conseguenza tra l'altro che sua moglie sarebbe stata costretta a divorziare in quanto non è permesso a una donna musulmana restare sposata con un apostata. Costretto all'esilio dalla persecuzione dei fondamentalisti islamici, Abu Zayd è autore di una decina di opere sul pensiero arabo classico e contemporaneo, insegna attualmente all'Università di Leida, in Olanda, dove vive insieme alla moglie che lo ha seguito nell'esilio.

In Italia è già apparsa una sua raccolta di scritti, “Islam e storia. Critica del discorso religioso" (Bollati Boringhieri, 2002).

Il libro “Una vita con l'islam†( Il Mulino, 2004) intreccia memorie personali e riflessioni tra Oriente e Occidente, sullo sfondo delle vicende mediorientali degli ultimi decenni. Uomo religioso e spirito indipendente, Abû Zayd parla in queste pagine, raccolte da Navid Kermani, della sua fede e della sua passione intellettuale, dell'amore e della delusione nei confronti dell'Egitto, di libertà e di democrazia, dei rapporti tra religione e politica nell'Islam, dell'ascesa del fondamentalismo: un racconto che porterà il lettore ad avvicinarsi al marasma della civilizzazione islamica e alla resistenza opposta all' oscurantismo da pochi uomini sensibili e riflessivi di cultura musulmana: non in modo ideologico, ma al prezzo dell'esilio e attraverso una coinvolgente esperienza di fede e di vita vissuta in tempi di barbarie di matrice islamica e transnazionale, ormai ubiquitaria e diffusa.

Navid Kermani, nato nel 1967, ha studiato islamistica, filosofia e teatro. Nel 2001 gli è stata affidata la direzione del gruppo di lavoro "Modernità e Islam" presso il Wissenschaftskolleg di Berlino.

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OPERE RECENTI di Abu Zayd Nasr

- Rethinking the Qur'an: Towards a Humanistic Hermeneutics, Utrecht (Humanistics University Press) 2004.
- Spricht Gott nur Arabisch? (Does God speak only Arabic?), in Michael Thumann (ed.),
Der Islam und der Westen, Berliner Taschenbuch Verlag, Berlin 2003, pp. 117-26.
-
Thus spoke Ibn Arabi (in Arabic), The Egyptian National Book Organization, Cairo 2003.
- "The Dilemma of the Literary Approach to the Qurán",
ALIF, Issue 22, the American University, Cairo 2003.
- "How the West blunders on about Islam",
Middle East Times, October 27 2002.
- "Heaven, which way?"
Al-Ahram Weekly, issue 603, 2002.
- "The Qur'an: God and Man in Communication", inaugural lecture for the Cleveringa Chair at Leiden University (November 27th, 2000);
- Entries in the
Encyclopaedia of the Qur'ân: Arrogance, Vol. I, pp. 158-161; Everyday Life: Qur'an In, Vol. II, pp. 80-97; Illness and Health, Vol. II, pp. 501-502; Intention, Vol. II, pp. 549-551; Oppression, forthcoming.












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mercoledì, novembre 24, 2004

LA MEDUSA E IL PESCECANE


Il principe El Hassan bin Talal, fratello del defunto re Hussein di Giordania, risponde ad alcuni interrogativi pubblicati in un libro di Alain Elkann ( Essere musulmano. Saggi Bompiani). A pagina 33 c'è una domanda esplicita sul terrorismo di matrice islamica..

La risposta del Principe parte dalla constatazione che fino al Regno del Terrore, instaurato in Francia dopo la Rivoluzione, il termine terrorismo neppure esisteva e che solo negli ultimi decenni è stato trovato un sinonimo in arabo irhab, da arhaba che significa – spiega bin Talal minimizzando ed edulcorandone il significato - «intimidire»).

Spiega il Principe: «Ci si dovrebbe dunque chiedere chi ha imparato il terrorismo da chi. La religione islamica non perdona l'uso della violenza, l'intimidazione o il sacrificio di persone innocenti in nessuna circostanza, e quindi è chiaramente antiterroristica nei suoi principi. La pratica del terrorismo da parte dei musulmani negli ultimi decenni non giustifica l'associazione del termine "terrorismo" a Islam ».

Non è così. Purtroppo l'associazione fra terrorismo e islam è dato proprio dal ricorso, nei proclami jihadisti e le prediche di numerosi giuristi islamici, al termine coranico “Al Irhabâ€. Ancora una volta , nel tentativo di assolvere l'islam e di scaricare sugli altri la “colpa†del marasma in cui si trova l'islam al contatto con la modernità, c'è il rifiuto di prendere atto della realtà del terrorismo di matrice islamica.

Se è vero che non tutti i musulmani sono terroristi è anche vero che però tutti i terroristi sono musulmani, che i loro princìpi sono islamici e che il loro riferimento è la lettera contenuta nel Sacro Corano.

LA LETTERA CHE UCCIDE

“ Voi mettete nei loro cuori più terrore che Allah Stesso, poiché invero è gente che non capisce...†( Corano, Al-Hashr, 59 :13 )

Arbaba, terrificare, è verbo coranico, e al-irhab ( quello che noi chiamiamo “terrorismoâ€) è vissuto dai jahidisti come un sacro dovere perché così è scritto (mektub):


â€8:59 ولايحسبن الذين ÙƒÙØ±ÙˆØ§ سبقوا انهم لايعجزون

â€8:60 واعدوا لهم مااستطعتم من قوة ومن رباط الخيل ترهبون به عدو الله وعدوكم واخرين من دونهم لاتعلمونهم الله يعلمهم وماتنÙقوا من شئ ÙÙŠ سبيل الله يو٠اليكم وانتم لاتظلمون


8-60 . WaaAAiddoo lahum ma istataAAtum min quwwatin wamin ribati alkhayli turhiboona ( liturhibo) bihi AAaduwwa Allahi waAAaduwwakum waakhareena min doonihim la taAAlamoonahumu Allahu yaAAlamuhum wama tunfiqoo min shay-in fee sabeeli Allahi yuwaffa ilaykum waantum la tuthlamoona

“ Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete [raccogliere] e i cavalli addestrati per terrorizzare ( turhiboona ) il nemico di Allah e il vostro e altri ancora che voi non conoscete, ma che Allah conosce . Tutto quello che spenderete per la causa di Allah vi sarà restituito e non sarete danneggiati “ ( Corano, Al-'Anfâl, 8:60 )

Ciò che noi chiamiamo “Terrorismoâ€, in arabo si dice “Al Irhab†con nobile ed antico termine coranico. Anche se non ha il significato che noi attribuiamo al termine “Terrorismo†( uso della violenza contro i civili per realizzare un fine politico), significa comunque “terrorizzare†chiunque venga designato dal primo semiletterato in grado di scrivere una fatwa ( un responso giuridico ) come nemico dell'islam.

Per i fondamentalisti musulmani, che hanno ripreso tale termine dal vocabolario religioso e l'hanno letto fuor di metafora, assumendolo come un comando operativo e terribilmente attuale, “Al Irhab†è l'applicazione pratica della sharia tramite quello sforzo estremo sulla via di Allah che è il jhiad transanazionale (arabo: جهاد) : una lotta fino al martirio che non ha altro fine che Allah stesso e che quindi non potrà che portare a un conflitto irriducibile.

Tutti i terroristi sono dei ferventi musulmani che dicono di agire in nome della loro religione e del Comando di una Volontà divina espressa nella lettera del Sacro Corano. Non hanno appreso “ Al Irhab†da qualche oscuro culto del terrore importato dall'occidente e risalente al Regno del Terrore instaurato in Francia due secoli fa.

A parte la più recente proclamazione del jihad di Osama bin Laden e dei suoi seguaci che vorrebbero restaurare il Califfato anche e soprattutto mediante “Al Irhabâ€, quando l'ayatollah Khomeini ha rovesciato lo shah nel 1979, il suo nuovo regime ha scelto il percorso del jihad globale, in una versione shi'ita. L'imam Muntazeri, l' ideologo della rivoluzione islamica internazionale, ha costruito una dottrina del terrorismo in termini di “Al Irhabâ€. Ha sostenuto che la repubblica islamica ha un ruolo oltre l'imposizione della sharia alla propria gente (a scapito dei diritti dell'uomo e della libertà religiosa). Montazeri e i pasdarans hanno esportato questo jihad “rivoluzionario†in altre parti del Medio Oriente e nel mondo usando l'irhab (terrorismo sulla via di Allah ) come mezzo per re-islamizzare l'universo mondo. Il Satana principale ad essere attacato, dopo il Satana rosso sovietico, viene indicato come il piccolo Satana israeliano e il grande Satana americano. E se l'Europa o qualche paese arabo si frappone ai piani degli islamisti e dei jihadisti, le stragi di Madrid , di Casablanca o di Instanbul stanno lì come ammonimento, a dimostrazione di cosa potrebbe ancora succedere.

Per i jihadisti sia sciiti che sunniti “Al Irhab†diventa, molto prima dell'11 settembre e della guerra in Irak, la messa in pratica, fuor di metafora, del comando divino consegnato all'a-temporalità della lettera sacralizzata.




Perhaps the most emotive of these dangerous concepts from the West. Linguistically, al-Irhab (terrorism) is a noun derived from the verb arhaba (to terrify) with the meaning to frighten or scare. Allah (Subhanahu wa ta'aala) said,

ØªÙØ±Ù’Ù‡ÙØ¨Ùونَ بÙه٠عَدÙوَّ اللَّه٠وَعَدÙوَّكÙمْ
“(Liturhibu) to threaten the enemy of Allah and your enemy." [TMQ. Al-Anfal: 60]

that is you should terrify the enemy.


Pretendere che il terrorismo non abbia alcuna connessione con l'islam significa eludere questioni molto dolorose e inquietanti come la fissità, la polarizzazione e il marasma in cui oggi versa una civilizzazione che un tempo era religione, civilizzazione e impero dominante su tre continenti.

Odio per il non-musulmano in generale e le nuove ambizioni di una certa èlite islamica della risma di bin Laden o di al Zawiri ricorrono a un'ideologia, a una mito-storia nostalgicamente celebrata come se fosse attuale e a un quadro intellettuale che deriva da una decomposizione e ricomposizione dell'islam nei modi dell' islam politico globalizzato che oggi occupa la scena: il nazi-teo-scientismo islamico. Ora muovendosi dal basso, in profondità come una medusa, tramite l'occupazione degli spazi offerti dalle democrazie e dissimulando i propri obiettivi, ora esplodendo con azioni terrificanti e spettacolari, la forma che oggi ha assunto l'islam è portatrice di una pragmatica ideologia vendicativa e totalitaria.

Il suo attacco è basato su una strategia di lunga durata e un movimento sinuoso e avvolgente, composto da cellule che si moltiplicano e si dissimulano secondo la prassi della in attesa di attaccare quando le condizioni diventano propizie. Contro la medusa islamista combatte il pescecane americano, i cui attacchi sono massicci e non di lunga strategia, basati come sono su una concezione più lineare e superficiale del tempo.

Più in generale, l'islam politico, del quale i musulmani sono abituati ad aver paura fin da piccoli ( mentre noi stentiamo a renderci consapevoli del pericolo che la sua ricomposizione nei termini sia fondamentalisti e sia jahidisti esso rappresenta) costituisce un problema anzitutto per i musulmani stessi presi come in una specie di cesura identitaria. Non avendo costruito ponti per comprendere una modernità che hanno acquisito, per così dire, chiavi in mano, ai musulmani riesce penoso vedere la matrice islamica dell'attuale terrorismo transnazionale. D'altra parte, numerosi intellettuali europei, intimiditi dalla dittatura del politicamente corretto e dalle minacce islamiste, criticano tutto ma evitano qualsiasi critica all'islam. E' una straordinaria forma d'inibizione che in parte deriva anche dalla poca considerazione che i portatori del politicamente corretto hanno per i musulmani. E' quando si disprezza qualcuno che lo si blandisce e non gli si dice la verità sulla gravità della situazione avversa in cui ci si trova, gettando subito falsi ponti e rinunciando a trovare modi più adeguati alla realtà per un effettivo aiuto reciproco.

Nel rifiuto della complessità si annida, ancora una volta, la tirannia.

Link :

[PDF] Dangerous Concepts
Formato file: PDF/Adobe Acrobat

http://www.khilafah.com/home/index.php

( ANA MAAL"IRHAB )


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NOTE SULLA PRATICA DELLA TAQIYA

Celare le proprie vere intenzioni è nello stesso tempo una mentalità e una pratica abituale ai gruppi e ai regimi islamici. L''Arabia Saudita o l'Iran, per esempio, ricorrono alla dissimulazione per appoggiare le organizzazioni terroristiche e negarlo organizzando conferenze contro il terrorismo, oppure - come nel caso dell'Iran – di proseguire nella costruzione della bomba atomica islamica e negare di averne l'intenzione.

La pratica della dissimulazione è una pratica prescritta esplicitamente dall'islam. Il termine giuridico per “dissimulazione†è tukya o taqiya o taqiyyah o anche taqiyah, a seconda della pronuncia locale, ed è collegato ai termini takwa e taqi, con il significato di “custodire†qualcosa.

L'autorizzazione alla tukya è data dagli imam e dagli sceicchi in accordo con la tradizione ( sunna) e in conformità con la shari'a, la legge islamica, quando palesare obbedienza alla Legge del dio Allah potrebbe essere lesivo dell'incolumità personale o della libertà. Mentire significa, nel caso, custodire la fede.

La dissimulazione – come nota Giovanni Cantoni ( in : Aspetti in ombra della legge sociale dell'islam), si affianca alla possibilità, in caso di necessità, di stringere amicizia con infedeli, di fare intese con loro — «I fedeli non si alleino con i miscredenti, preferendoli ai fedeli. Chi fa ciò contraddice la religione di Allah, a meno che temiate qualche male da parte loro» (Corano, sura III, «Âl-‘Imrân» [La famiglia di Imran], 28).

Anche l'amicizia con un non-musulmano è quindi interessata, soggetta a riserva mentale e a dissimulazione, e può essere revocata unilateralmente a seconda delle convenienze e dei rapporti di forza. Persino il tradimento appare come una virtù gradita al dio Allah. C'è un proverbio popolare arabo che illustra perfettamente questo comportamento desunto dall'insegnamento coranico: “ Bacia la mano che non puoi mordereâ€.

Oggi quello della taqiyah è un lavoro specializzato, dato che l'obiettivo strategico è quello di distruggere i fondamenti delle civilizzazioni non- musulmane, come preludio alla sconfitta di Israele, dell'India, degli Stati Uniti d'America, della Gran-Bretagna, della Germania, della Francia, dell'Italia, della Russia, dell'Egitto, dell'Afghanistan, dell'Iraq e di tutti quei soggetti che non si sottomettono all'islam, oppure non pagano il “pizzo†per essere lasciati relativamente in pace.

La dissimulazione ( taqiyah) non è un fenomeno unico nella storia. Molti strateghi provenienti dagli ambiti più diversi se ne sono serviti per conquistare il potere o per sovvertirlo. Ma l'unicità dell' attuale taqiyah praticata dagli islamisti è quello di essere un lavoro articolato, specializzato e ben finanziato, con il conseguente successo che ottiene presso le società democratiche avanzate e ad alto livello di sviluppo.

Specialmente in Europa. la strategia del taqiyah si sta rivelando vincente in una maniera massiccia a causa della mancanza di conoscenza dell'islam fra le elite europee.

- Taqiyya and kitman: The role of Deception in Islamic terrorism
- Taqiyya has beenused by Muslims since the 7 th century to confuse and split 'the enemy’. ...
Fonte:
http://www.ci-ce-ct.com/Feature%20articles/02-12-2002.asp

- al-Taqiyya/Dissimulation (Part I) -

Fonte: http://www.al-islam.org/encyclopedia/chapter6b/1.html

al-Taqiyya ( Parte II e Parte III ) in : http://www.al-islam.org/encyclopedia/chapter6b/

The concept of taqiyah.

Fonte: http://al-islam.org/taqiyah/1.htm#r1

La dissimulation (taqiyyah) chez les chi'ites et les druzes 9/7/2003

Fonte: http://go.to/samipage

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In rete

- Renato Farina, dialogo con Magdi Allam (Grazie a Rolli).

Magdi Allam: «Qui si tratta di intendersi su cosa sia l’Islam. L’Islam della mia esperienza non è questo! Io ho imparato da mia madre la fraternità, la solidarietà sociale forte, il rapporto diretto con Dio, senza bisogno di clero. Il fondamentalismo è segno di una crisi profonda. Il suo risorgere va legato alla sconfitta araba subita da Israele nel ’67. Tramontata l’utopia del panarabismo, queste forze radicali hanno investito sul panislamismo. I suoi momenti salienti sono stati la vittoria khomeinista nel febbraio del '79, l'assassinio del presidente egiziano Sadat nell’81...».

Renato Farina: Non capivamo nulla. Ricordo nella tipografia del mio giornale la festa dell’uomo delle pulizie, un egiziano immigrato. Mi disse: vedrete, vedrete…

Magdi Allam: «Certo. I fondamentalisti pensavano di prendere il potere all’interno dei singoli stati arabi e islamici e poi di tracimare in Occidente. In Egitto ci provano eliminando il leader, in Algeria usando la democrazia in vista della sua negazione. Bloccato il tentativo, sono passati al terrorismo puro e semplice. Questa è la lezione: la radice del terrorismo è l’Islam adoperato come ideologia per il potere».

Renato Farina: Da una parte tu neghi che sia il vero Islam. Poi sei il più duro di tutti con gli imam gentili, i quali stringono la mano dei cardinali, assicurando che sono per il dialogo e contro il terrorismo. Come il caso di Milano. Il cardinale Tettamanzi (in assoluta retta coscienza, ovvio) ha spedito una lettera per la fine del Ramadan ed è stata letta e fatta propria da un emiro che sta dalla parte dei fondamentalisti algerini... L’ha pure intervistato la Rai...

Magdi Allam: «L’Islam che in Italia ha preso il possesso di quasi tutte le moschee è di questa stoffa subdola. Accettano le regole democrazia per occupare il territorio...».

Renato Farina: Come in guerra. La loro guerra è questa.

Magdi Allam: «Certo. In Occidente pretendono il dominio della comunità musulmana. E il modo per averlo è esattamente questa legittimazione fornitagli dalle autorità ecclesiastiche e civili. Io mi batto per farlo capire, ma non ci riesco. Magari tu sei cattolico, e ti ascoltano».

Renato Farina: Mi scomunicano, altro che, mi sono già arrivati avvertimenti.

Magdi Allam: «È sbagliato, queste persone hanno lo stesso obiettivo dei terroristi. Vogliono uno stato islamico. Gli uni con la violenza, gli altri dal basso. L’Occidente si crede colto, ma è ignorante. I prelati sono portati a scegliere come interlocutore qualcuno che gli rassomigli, dimenticando che nell’Islam non esiste un clero. Quelli che si spacciano per tali, compiono un’usurpazione dottrinale».

Renato Farina: Che fare allora per impedire che questa guerra già dichiarata e in corso esploda tragicamente? Tu hai scritto che bisogna prendere atto del fallimento di due modelli di convivenza, il multiculturalismo e l’assimilazionismo.

Magdi Allam: «Confermo. Sono insostenibili. Il multiculturalismo è il modello nordeuropeo. Si basa sulla certezza sia possibile convivere pacificamente, nello stesso spazio sociale e giuridico, mantenendo identità e idee di cittadinanza diverse. Ancora prima dell’assassinio di van Gogh, l’ideologo del multiculturalismo britannico, Trevor Philipps, caraibico, nero, sociologo raffinato, ha fatto marcia indietro. Il multiculturalismo ha creato ghetti spaventosi. Quartieri di pachistani islamici, di indiani indù, di musulmani somali. Ha sfilacciato la società, ne causa l’esplosione».

Renato Farina: Nel multiculturalismo ciascuno ritiene di essere depositario di un Codice morale assoluto. Van Gogh ha offeso la mia identità, ed io la faccio valere: essa ordina l’eliminazione del blasfemo.

Magdi Allam: «Proprio così. È interessante notare come l’assassino di Van Gogh sia un olandese di origine marocchina. Non è tanto l’immigrazione la questione dirompente, almeno nel Nord Europa, quanto l’emergere di cittadini ai quali non è stato chiesto di riconoscersi in una comune civiltà, in valori decisivi quali la libertà e la tolleranza, la sacralità della vita singola. No, a loro è stato detto: ciascuno ha diritto di vivere secondo la propria identità e cultura, ritenendosi tranquillamente europeo».

Renato Farina: L’Europa come guscio vuoto.

Magdi Allam: «Abbiamo sbagliato tutto. La società olandese e quella belga sono fragilissime. Quando manca questa unità, allora nascono le reazioni di presunti fronti cristiani. È una reazione esecrabile e devastante».

Renato Farina: L’assimilazionismo è invece francese…

Magdi Allam: «Certo. Impone a ciascuno di rinunciare alla propria identità religiosa e culturale per aderire a un patriottismo che coincide col laicismo. Insopportabile, nefasto. Non è possibile un’omogeneizzazione, gli uomini si ribellano».

Renato Farina: C’è il modello americano: il meticciato. Una cultura dominante, quella cristiana, sa assorbire e lasciarsi modificare da apporti diversi. Potrebbe essere questo il modello italiano?

Magdi Allam: «In Italia non si è scelto nessun modello. Si reagisce in modo passivo alle emergenze. È la logica delle sanatorie. Oggi gli stranieri sono circa 3 milioni e mezzo, di essi un terzo musulmani. Da noi c’è solo il modello umanitarista del volontariato».

Renato Farina: Per evitare la guerra in Italia, che cosa proponi?

Magdi Allam: «Lo propongo per tutto l’Occidente: una riscossa. Dopo l’età del vuoto, è il caso di riscoprire cosa costituisce la tradizione di questo popolo occidentale».

Renato Farina: Un amico mi raccontava di avere aperto a Torino una “scuola dei mestieriâ€, pasticceri, falegnami e così via. Un gruppo di islamici voleva togliere il crocifisso. Ha detto: se lo togliete, togliete me, il motivo per cui abbiamo aperto questa scuola e voi potete studiare. Quelli si sono arresi: non ha contrapposto un’ideologia, ma la sua vita.

Magdi Allam: «Proprio così! Se l’Occidente non riscopre l’amabilità della sua vita buona, è finita per i cristiani e per gli islamici come me».
Renato Farina: Che fare?

Magdi Allam: «Partiamo dal buon senso, e da un punto fermo: nessuna deroga al rispetto delle leggi, ai valori percepiti come fondamentali dalla società. Un’identità forte dello Stato, a livello istituzionale. Sul piano religioso, forte riferimento identitario del cattolicesimo. Su quello culturale, la necessità di imparare la lingua italiana».

Renato Farina: Tu pensi che la cultura cristiana sia baluardo di libertà per tutti.

Magdi Allam: «Certo. Dev’essere dominante ma non dominatrice. Allo stesso tempo è necessaria la ferma repressione di chi rema contro, chi costruisce nelle moschee e nei centri culturali islamici uno Stato teocratico nel nostro Stato. Dobbiamo bonificare quei terreni sia fisici sia mentali oggi terreno di cultura del radicalismo islamico: moschee, banche islamiche, associazioni caritatevoli, scuole».

Renato Farina: Chiuderle?

Magdi Allam: «No. Vanno riscattate alla legalità trasformate da centri di potere politico a luoghi di preghiera, togliere le moschee a chi le usa per potere e darle per pregare».

Renato Farina: Scusa. Ma perché non lo fate voi islamici antifondamentalisti questo lavoro, visto che siete la maggioranza, tu dici addirittura quasi il 90 per cento.

Magdi Allam: «Hai ragione. Finora, si è preferito non avere casini. Non è facile per una famiglia islamica tranquilla uscire alla luce del sole: si rischia, e di brutto. Ma ora abbiamo il dovere di esporci. Però per favore dovete essere nostri alleati. Questa maggioranza di musulmani va salvaguardata e consolidata, bisogna darle visibilità mediatica».

Renato Farina: Posso essere scettico? Ho amici islamici come te. Ma non vedo dietro di loro il popolo che segue invece gli imam.
Magdi Allam:
«Siamo minacciati. Per favore evitate di ridicolizzarci».

Renato Farina: Daresti il voto agli immigrati?

Magdi Allam: «Per me il diritto di voto coincide con la cittadinanza. Ed essa non deve essere esito burocratico, ma la maniera in cui ci si riconosce in una società dove i valori comuni sono forti e cristiani».

Renato Farina: Questa guerra si vince se si ha il coraggio della nostra identità?

Magdi Allam: «Bisogna essere durissimi, possono esserci identità diverse, ma bisogna scegliere. O la civiltà o la barbarie».

( Renato Farina – Libero)

COMMENTO: Purtroppo per lunghi anni a venire avremo la civiltà e la barbarie.

***

- Quando i pacifisti con diplomazia fermeranno i terroristi:

"DIPLOMACY"( film) ( Grazie a Sorvegliato Speciale)


***

- Islamisme contre Occident, ou la méduse et le requin

La lotta mortale tra Al-Qaïda et gli Stati Uniti mette alle prese avversari diametralmente opposti nei loro obiettivi, i mezzi e i loro metodi. Una metafora tratta dal mondo animale illustra queste differenze e i loro rispettivi comportamenti ( in francese).

Près de 3 ans après les attaques du 11 septembre 2001, le contexte de la lutte mettant aux prises le fondamentalisme musulman et les démocraties occidentales apparaît plus clairement. L’une des principales différences entre les protagonistes de ce conflit global réside ainsi dans leur emploi et dans leur perception du temps.

Schématiquement, les islamistes se réfèrent constamment à une histoire millénaire, fourbissent lentement leurs armes et projettent d’avancer peu à peu vers un succès inéluctable, alors que les occidentaux se focalisent sur l’instantané, réagissent au quart de tour et peinent à poursuivre des objectifs lointains.

Pour emprunter une métaphore au monde animal marin, on pourrait écrire que la méduse et le requin symbolisent les acteurs au centre de cette guerre : Al-Qaïda et la mouvance islamiste d’une part, les Etats-Unis et l’Occident d’autre part.

Fonte:

http://www.checkpoint-online.ch/CheckPoint/Actuel/IndexActuel.html


















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venerdì, novembre 19, 2004

I RIFUGIATI DEL SILENZIO

l'esodo degli ebrei dai Paesi arabi dopo la fondazione di Israele



Quasi un milione, fuggiti, espulsi, cacciati. Questo è il numero incerto degli ebrei che hanno dovuto lasciare i paesi arabi in un esodo silenzioso che la falsa storiografia del medio oriente non ha voluto vedere. Saggi, romanzi e film stanno ora per rompere un silenzio durato quasi un secolo, smontando menzogne e luoghi comuni, rompendo anche la dolorosa reticenza delle vittime: perché è una storia che noi, ebrei dei paesi arabi, abbiamo raccontato sottovoce.

Se ne è discusso ieri sera a Milano: Fiona Diwan e Luisa Grego, nate in terre arabe, hanno presentato il film documentario “L’esodo silenzioso†di Pierre Rehov, regista francese nato in Algeria, e hanno poi invitato ad una “riflessione†altri tre figli del medio oriente, Magdi Allam, Gad Lerner e il sottoscritto, nella scomoda veste di testimonee di autore di un romanzo che racconta la stagione dei pogrom antiebraici e dell’intolleranza arabo-islamica. Unico europeo “docâ€, Carlo Panella. Più di mille persone hanno assistito una discussione non banale, anticipata dalla visione di un film crudo, dalle tinte forti, pregio e difetto di un documentario di denuncia (...).

Victor Magiar da Il Foglio 17.11.2004, convegno del 15.11.2004 a MIlano per la presentazione del film documentario " THE SILENT EXODUS “ di Pierre Rehov:

Fonte: http://www.google.it/search?q=cache:_cLqoM8m71wJ:ilsignoredeglianelli.ilcannocchiale.it/default.asp+%22The+silent+exodus%22&hl=it

***

SEPOLCRI IMBIANCATI

Intervista di Ulderico Munzi a Pierre Rehov ( «Figli di un Dio ferito, vi mettterò in un film», Corriere della Sera 12 nov. 2004)

PARIGI — Pierre Rehov è un regista che condivide gli stessi giorni di un'umanità sofferente, insanguinata e fatta a pezzi dal terrorismo. Un regista sur le terrain, che "va sul posto" con la cinepresa in spalla e che ha un gran cuore coraggioso. Forse bastano queste poche parole per capire che con Rehov, 50 anni, ebreo nato in Algeria, bisogna parlare senza perdersi in sottigliezze e arabeschi.

Il suo film Silent Exodus, l'esodo silenzioso, che narra come nel 1948 un milione di ebrei furono depredati ed espulsi dagli arabi, evoca un dolore che si protrae, che ha perso date e riferimenti, una saga dolorosa out of time, out of space come nei versi di Poe.

«Il mio film — dice Pierre Rehov — è stato proiettato al Festival dei diritti dell'uomo a Parigi e alle Nazioni Unite, a Ginevra, più o meno nello stesso quadro. Nel ventesimo secolo l'espulsione degli ebrei dai Paesi arabi non era una risposta alla creazione dello Stato d'Israele, ma qualcosa di più complesso che faceva seguito a odio diffuso, umiliazioni e pogrom nati ed esplosi nella società islamica nei secoli passati. Quei rifugiati venivano dal Marocco, dalla Siria, dalla Tunisia, dalla Libia, dallo Yemen e dall'Egitto. Molti hanno taciuto per pudore, altri per dimenticare l'esperienza subita, specie le donne violentate e chi ha subito sevizie vergognose. Come una sorta di contraltare, la seconda parte del film parla dei rifugiati palestinesi. In sostanza volevo sfatare una mitologia vittimistica che dipinge i palestinesi che da cinquantacinque anni vivono nei "campi". In realtà si tratta di periferie e il termine "campo" è usato per motivi politici. Sono chiamati rifugiati quando non lo sono più. Ho puntato la mia cinepresa sulle complicità che hanno creato tale situazione».

Signor Rehov, il suo nuovo progetto, invece, parlerà dei figli prediletti di un dio feroce, dei kamikaze del terrorismo, delle bombe umane.

«Arrivato ormai agli ultimi metri di pellicola, il film vuole indagare nei recessi più intimi, più profondi di coloro che sacralizzano la strage in Occidente e in Oriente. La psicopatologia degli islamikaze, immagine che preferisco. Cioè, come nella vicenda di un serial killer, abbiamo un individuo, in un determinato contesto socioculturale, un essere umano che è stato bambino coi suoi giochi, poi adolescente su un terreno di football… Come può un bel giorno decidere di "farsi esplodere" morendo e portando con sé giovani della sua stessa età, donne, vecchi e bambini? Per concludere l'opera mi mancano le interviste di due candidati suicidi, non perderò nemmeno una sequenza».

Taluni sostengono da tempo, signor Rehov, che il terrorismo sfrutti dei "sepolcri imbiancati". Lei ha citato poco fa le complicità per i rifugiati palestinesi. Vuole essere più chiaro?

«Prendiamo la Francia che, sotto la maschera del diritto d'asilo, ha la sua parte di responsabilità nelle azioni di Khomeini, che era suo ospite prima di andare in Iran. La Francia non ha accolto Abu Nidal e il dottor George Habbash, alfieri del terrore? Ha ospitato, sempre in nome dei diritti dell'uomo, un terrorista della peggior specie come Arafat, inventore del terrorismo moderno. Io accuso non solo la Francia, ma anche l'Europa per il modo come, attraverso i media, è trattato il problema israelo-palestinese. Contesto le menzogne dei giornalisti di solito rifugiati in un grande e famoso albergo e ricattati dagli stessi giovani palestinesi che vanno a fare ricerche per loro conto sugli avvenimenti. E per finire dico che la Francia non ha una democrazia sana».

Intende dire una Francia filoaraba?

«Io direi una Francia araba. Si poteva definire "filoaraba" all'epoca di de Gaulle, prima che ci fossero dieci milioni di immigrati nella società francese ormai di fatto occupata».

Ma ci sarà bene un arabo che lei apprezza, a parte il filosofo Averroè che insegnava filosofia a Cordova nel XII secolo?

«Io non sono antiarabo. Sono nato in Algeria, i miei compagni di scuola erano arabi, sono fiero di avere molti amici nei territori palestinesi, arabi laici e progressisti. Non ce l'ho con l'Islam, con la lettera maiuscola. Faccio la guerra all'integralismo islamico, agli islamisti. Per ora guerreggio intellettualmente, ma presto temo, ahimè, che mi batterò fisicamente. Il mio primo bersaglio è la vigliaccheria del mondo occidentale».

Lei, dunque, prevede questa guerra tra due civiltà.

«C'è poco da prevedere. Siamo già in guerra, anche se nessuno osa dirlo. L'Occidente si è perso di vista, si sta cercando, si trova alla fine della propria visione materialistica ed esistenziale. Va alla deriva verso la decadenza, trascinato da ondate di paura. Ricorda com'era fiero l'Occidente della conquistata libertà sessuale? La gioia si è spenta con la diffusione dell'Aids. E i valori di libertà individuale, di fronte, per esempio, a quello specchio deformante che era l'Urss? Ci cullavamo nella democrazia liberale, tutta luci come una kermesse, poi ecco che il nemico comunista scompare. La nostra scienza non basta più, la nostra tecnologia, nemmeno, in realtà noi non "ci" amiamo più… Ricordo che restava l'illusione di un mondo arabo da "coltivare". E il mondo arabo, con il quale avevamo "amoreggiato" negli Anni Quaranta per strapparlo ai nazisti e più tardi, in Afghanistan, per strapparlo ai russi, rifiuta il nostro modernismo. Non può accettarlo perché mette in causa i suoi stessi valori. Maometto è l'ultimo profeta e dopo di lui nulla può essere aggiunto. Abbiamo trovato un Islam retrogrado, in Indonesia, in Sudan, in Kosovo, in Medio Oriente… Ormai siamo circondati se non invasi».

Quindi lei teme che ogni arabo (per intenderci: l'arabo della porta accanto) da un giorno all'altro possa trasformarsi in un guerriero fondamentalista?

«La differenza tra un musulmano estremista e un musulmano moderato non è basata su una nozione dogmatica, ma su una nozione temporale. Il primo crede nella profezia che l'Islam sarà la sola religione nel mondo perché Allah lo vuole, quindi è suo dovere combattere subito per accelerare il corso degli eventi. Anche il secondo pensa che l'Islam diventerà la sola religione nel mondo, ma ciò avverrà, direi, naturalmente, man mano, quindi tollera ebrei e cristiani.

In termini più cronistici, bin Laden e i suoi seguaci attaccano prima le statue di Buddha a Bamyan, grande simbolo religioso, e poi, circa due mesi dopo, il World Trade Center che non è il simbolo dell'Occidente, ma il simbolo del giudeocristianesimo. I grattacieli appartengono agli ebrei e si ergono a New York, prima città ebraica del mondo, il tutto inoltre si trova nel cuore del business cristiano.

Il risultato di tutto ciò è che su un miliardo 350 milioni di musulmani (che prima delle statue di Buddha e delle Torri gemelle potevano essere divisi in un miliardo di moderati e 350mila estremisti) in poche settimane Bin Laden è riuscito a convertirne alla jihad forse il venti per cento. Ha creato cioè duecento milioni di nuovi seguaci. Bin Laden ha vinto, anche se provvisoriamente. Il suo Islam può essere annientato solo da una sconfitta totale delle truppe del terrore arabo-islamista».

Non credo che nessuno possa offrire una ricetta per debellare il terrorismo islamista, nemmeno un esperto come Walter Laqueur del Center for Strategic and International Studies.

«L'Europa è il ventre molle della strategia arabo-islamista, fino a poco tempo fa si faceva ancora la distinzione tra l'Hamas sociale e quello guerriero. Terrorizzare il terrorismo? Non si potranno mai terrorizzare i terroristi perché sono dei fanatici per i quali la morte vale più della vita. La fede musulmana è molto più forte della fede occidentale. Restano solo due bastioni contro il terrorismo islamico, Israele e gli Stati Uniti. In Europa l'Islam ha già vinto».

Fonte:

http://www.informazionecorretta.it/showPage.php?template=rassegna&id=4519

Il sito web del regista:http://www.pierrerehov.com/

***

“ Beh, volete proprio che ve lo dica? Vivere da ebreo significa vivere in trincea. Ancora oggi, che tutto pare cambiato. Eppure lì, nella nostra condizione, quasi nulla è mutato. Siamo ancora un popolo trasversale dalle mille lingue e dalle mille nazionalità. Però abbiamo una storia comune, comuni ferite, comune orgoglio e comuni tradizioni. Una comune etica, soprattutto, che con i secoli ha dato filosofi e scrittori, e anche rivoluzionari. E per tutto questo tempo, non abbiamo fatto altro che combattere. Dapprima contro l'ignoranza, poi contro l'idolatria, la menzogna, la falsità, il pregiudizio. E in termini di morti abbiamo pagato il prezzo più alto. Ma di qualcosa si deve pur morire. Dunque tanto vale morire in piedi, da accusati, non da togati seduti sul lardoso culo del potere, sprofondati negli scranni a decretare l'omicidio legalizzato, il progrom, il massacro di religione o di Stato, lo sterminio. Intingerò la penna nel veleno di un cuore offeso. Dapprima mi sono dato il tempo di tacere e di osservare. La mia tregua la dichiaro finita. Chi tace acconsente. E io non posso più acconsentire...â€.

Così inizia “Contro di noi, un viaggio personale nell'antisemitismo†dell'amico scrittore  Miro Silvera, di antica famiglia livornese memore di anni e anni di pellegrinaggi, di cacciate e di approdi e rifugi sempre provvisori, in Spagna così come in Portogallo, in Marocco così come in Siria, ad Aleppo, dove il nonno aveva eretto una sinagoga, poi bruciata dai fanatici arabi antisionisti nel 1948, quando lui se n'era già venuto via a Livorno con il resto della famiglia. Pubblicato da Frassinelli, “Contro di noi†è un libro doloroso e necessario, specialmente in periodi di malattia come quello che il mondo arabo e islamico in pieno marasma sta attraversando, mentre l'Europa sembra ancora chiusa nel ghetto invisibile di secolari pregiudizi. Insomma, un libro color d'inchiostro, di fughe, d'imboscate e di aperture, che ho trovato davvero illuminante e che consiglio di leggere (gdm) .

- Contro di noi. Un viaggio personale nell'antisemitismo

http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?be=zu&isbn=8876847480

***

- Gli arabi senza gli ebrei
(di Magdi Allam, Corriere della Sera 19 novembre 2004)

“ In realtà The silent exodus testimonia che l'antisemitismo e i pogrom degli ebrei in Medio Oriente sono precedenti la nascita di Israele e anche l'avvento delle ideologie panislamica e panaraba. Che l'odio e la violenza contro gli ebrei possono avere un riferimento ideologico in un'interpretazione fanatica e decontestualizzata del Corano e della vita del profeta Mohammad (Maometto).

Certamente sarebbe sbagliato generalizzare. Non tener conto del fatto che per lunghi periodi la convivenza tra gli ebrei, i cristiani e i musulmani è stata possibile in Medio Oriente, proprio mentre in Europa gli ebrei venivano repressi dall'Inquisizione cattolica e sterminati dall'Olocausto nazista. Così come non si può ignorare la responsabilità di Israele, unitamente a quella dei leader arabi, nell'esplosione del dramma di milioni di profughi palestinesi e nell'irrisolta questione di una patria per i palestinesi.

Resta il fatto che del milione di ebrei, che fino al 1945 erano parte integrante delle popolazioni arabe, ne sono rimasti solo in 5 mila. Quegli ebrei arabi cacciati o fuggiti precipitosamente sono diventati parte integrante della popolazione israeliana. E continuano a rappresentare il segno di un'ingiustizia umana e di una tragedia storica. Ma soprattutto danno la misura della catastrofe identitaria e civile degli arabi.

Ecco perché riconoscendo il torto commesso agli ebrei arabi, come incredibilmente ha fatto recentemente l'imprevedibile leader libico Gheddafi, riscoprendo in modo obiettivo il proprio passato e le proprie radici millenarie, riscattando la propria identità che storicamente è stata plurale e tollerante, riconciliandosi sinceramente e totalmente con se stessi, gli arabi potranno emanciparsi dall'oscurantismo ideologico che li ha trascinati ai livelli bassi dello sviluppo umano e li ha trasformati nella regione più problematica e conflittuale della terra.â€

Fonte:

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2004/11_Novembre/19/magdi.shtml




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martedì, novembre 16, 2004

Non piangete per Arafat

di

Massimo Introvigne

(il Giornale,

11 novembre 2004)

Ci dispiace, ma proprio non ce la sentiamo di unirci al coro funebre che canta le lodi di Yasser Arafat. Dei morti non si dovrebbe dire che bene, ma in un momento politico così delicato bisogna anche evitare di dire bugie.

Non è vero che con Arafat scompare il padre del popolo della Palestina. Se il popolo palestinese dei Territori resta uno dei più poveri del mondo, la colpa è in buona parte di Arafat e della sua avida famiglia. Secondo la Cnn gli Arafat - negozianti e piccoli impiegati quando comincia l'ascesa di Yasser - sono tra le venti famiglie più ricche del mondo. Arafat e una quarantina di familiari - moderna versione di Alì Babà e dei quaranta ladroni - sono più ricchi di molte dinastie imprenditoriali europee. Personalmente, Yasser Arafat era il sesto capo di Stato o di governo più ricco del pianeta secondo la rivista Forbes: subito dopo la regina Elisabetta ma molto più avanti di Silvio Berlusconi.

Da dove vengono questi soldi? Non più dall'Arabia Saudita, che da tempo ha tagliato i fondi ad Arafat e preferisce sostenere Hamas. Il grosso viene dall'Unione Europea, che negli anni 2000 ha versato in media all'Autorità Nazionale Palestinese 232 milioni di Euro all'anno, senza contare i contributi indiretti passati tramite l'Onu. Un autentico fiume di denaro prelevato dalle tasche dei contribuenti europei, italiani compresi, che si è disperso per conti bancari di tutto il mondo e ha permesso al “padre del popolo†di diventare uno dei grandi miliardari internazionali mentre i suoi “figli†continuano a vivere di stenti. Si comprende come, quando si parla di lotta per l'eredità di Arafat in corso senza esclusione di colpi tra collaboratori e familiari, non si tratti solo di un'eredità politica.

Non è vero che Arafat era un uomo di pace. Certo, si può affermare che non utilizzava il grosso dei fondi europei per finanziare il terrorismo, visto che la parte più cospicua rimaneva nelle tasche sue, della moglie e di una variopinta corte dei miracoli. E tuttavia rimaneva abbastanza per sostenere gli attentati. Due avvocati che rappresentano i i familiari dei morti di nazionalità francese negli attentati suicidi in Israele in una causa davanti al Tribunale di Parigi dove chiedono che si accertino le responsabilità personali del leader palestinese nel terrorismo hanno appena pubblicato presso la casa editrice Albin Michel LE DOSSIER ARAFAT un'impressionante compilazione di documenti che attestano pagamenti sistematici da parte del raìs e dei suoi più diretti collaboratori a terroristi delle Brigate dei Martiri al-Aqsa (la branca laico-nazionalista del terrorismo palestinese, concorrente di quella religiosa di Hamas) e alle loro famiglie.

Emergono anche documenti politici, secondo cui Arafat incoraggiava consapevolmente gli attentati per rendere più difficile una pace che, favorendo una Palestina democratica, avrebbe permesso ai palestinesi di spazzare via il suo regime di corruzione. Non manca neppure qualche sordida storia di coltivazione e commercio di droga, in aggiunta al contrabbando e ai contatti con la criminalità organizzata di mezzo mondo.

Infine, non è vero che Arafat garantisse la Palestina dal caos. Ormai non controllava più gran che. Il caos era già scoppiato non perché gli ultra-fondamentalisti islamici fossero migliori di lui sul piano morale o politico, ma perché gli infiniti scheletri nell'armadio del raìs gli impedivano di condannarli, e tra le sue stesse truppe era scoppiata la guerra per dividersi il tesoro dei quaranta ladroni.

FONTE: http://www.cesnur.org/2004/mi_arafat2.htm


***

IL LIBRO DI CUI NESSUNO PARLA

Come spiegare l'esplosione dell'ondata terroristica dopo gli accordi di Oslo ? Esiste un piano d'azione? Quale ruolo gioca Yasser Arafat? Chi decide gli attentati ? Chi li finanzia?

Per rispondere a tali questioni, due giuristi, Karin Calvo-Goller e Michel A. Calvo, hanno condotto in proprio un'inchiesta, in seguito a una denuncia presentata al Palazzo di giustizia di Parigi in merito alla morte di numerosi francesi negli attentati-suicidi palestinesi in Israele.

Grazie ai documenti raccolti da numerose organizzazioni non-governamentali, la realtà della macchina terrorista palestinese viene illuminata da una luce troppo cruda e molto scomoda per la “buona coscienza†occidentale e in particolare europea.

Per l'acquisto, il libro può essere richiesto ad Amazon : http://www.amazon.fr/exec/obidos/AS...8672502-8798519

***

Come il terrorismo ha usato i soldi dell’Unione Europea

 L’Autorità Palestinese ha usato decine di milioni di dollari ricevuti da donatori quali l’UE per finanziare il terrorismo, mentre l’Arabia Saudita ha donato un totale di 550 mila dollari a più di 100 famiglie di terroristi palestinesi..

Lo si legge nel rapporto intitolato “Il coinvolgimento di Arafat, degli alti funzionari e degli apparati dell’Autorità Palestinese nel terrorismo contro Israele, corruzione e crimineâ€. Il documento, preparato dai servizi di sicurezza è stato reso pubblico il 6 maggio 2002 dal Ministero degli Esteri israeliano e presentato al Presidente americano Bush in occasione della visita a Washington del Primo Ministro Ariel Sharon.

Compilato per lo più sulla base di documenti sequestrati negli uffici della Amministrazione Nazionale Palestinese di Ramallah, il dossier indica le prove del coinvolgimento e della responsabilità di Yasser Arafat e degli apparati dell'ANP in una serie di attività terroristiche contro Israele.

Secondo il Ministro senza portafoglio Dan Naveh, che ha presentato il Dossier ad una conferenza stampa del 5 maggio, i documenti fornirebbero la prova inequivocabile del coinvolgimento diretto di Arafat negli attacchi terroristici degli ultimi 18 mesi, in quanto “leader supremo†delle Brigate di Al Aqsa, filiazione della sua fazione politica Fatah.

Inoltre il rapporto spiega come centinaia di attivisti di Fatah che operano nel suo braccio armato, Tanzim, e le Brigate di Al Aksa, siano di fatto state pagate con i 9 milioni di dollari in trasferimenti mensili versati dall’UE all’Autorità Palestinese.

I fondi della UE, che secondo il rapporto ammonterebbero a mala pena al 10% del totale dell’attuale budget dell’Autorità Palestinese, insieme ai 45 milioni di dollari al mese provenienti dagli Stati Arabi, sarebbero stati trasferiti ai terroristi dall’Autorità Palestinese “inserendone i nomi nella lista del personale di sicurezza nazionale, nonostante il fatto che questi operino nel quadro delle branche di Tanzim e delle Brigate militari di Al Aksa.â€

I documenti direttamente approvati dal leader palestinese e recanti la sua firma includono:

-lo stanziamento di 350 $ per 4 terroristi a Betlemme, firmato il 9 luglio 2001

-lo stanziamento di 600 $ a 3 alti comandanti di Tanzim, compresi quelli coinvolti nell’attacco terroristico alla cerimonia religiosa di Hadera (attacco del 17 gennaio 2002: 6 morti e 35 feriti), approvato il 19 settembre 2001

-trasferimento di 350 $ ad ognuno dei 12 terroristi di Fatah/Tanzim di Tulkarem che avevano partecipato ad attacchi mortali contro israeliani.

Inoltre, un documento non datato preparato dal Capo delle finanze palestinesi Fuad Shubaki e probabilmente approvato da Arafat stanziava 80 mila dollari per la costruzione di un vasto laboratorio per la produzione di armi, incluso un tornio e altri attrezzi per la lavorazione dei metalli necessari nella produzione di armi quali razzi e mortai. Tutte queste armi sono proibite dagli Accordi di Oslo.

Il rapporto contiene anche lettere di ringraziamento scritte da funzionari dell’Autorità palestinese al presidente irakeno Saddam Hussein per il suo sostegno finanziario all’Autorità palestinese.

Contenuti del dossier

  1. La dimensione ideologia e indottrinamento da parte di alti ufficiali dell’Autorità Palestinese

  2. Finanze e finanziamenti del terrorismoda parte di membri di ANP

  3. Gli apparati di sicurezza con cui ANP e Fatah sostengono il terrorismo

  4. Le Brigate di Al Aksa e Fatah sono in realtà un unico ente sotto la gestione di Yasser Arafat.

  5. L'approvvigionamento di armi da parte di ANP in violazione degli Accordi Internazionali

  6. Cooperazione tra ANP e gli Stati sponsor del terrorismo

  7. Corruzione in ANP

APPENDICE

Caratteristiche delle infrastrutture terroristiche sviluppate da ANP:
Jenin
- la capitale di terroristi suicidi.
Nablus
-la principale infrastruttura del terrorismo.
Betlemme
-ingiustizie verso la popolazione cristiana

Per visionare il documento clicca qui

“Il coinvolgimento di Arafat, degli alti funzionari e degli apparati dell’Autorità Palestinese nel terrorismo, corruzione e crimineâ€.









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giovedì, novembre 11, 2004

LIBERALI ARABI CONTRO IL TERRORISMO

Il 24 ottobre 2004, i siti arabi liberal http://www.elaph.com e www.metransparent.com, hanno pubblicato un manifesto in cui si presenta una petizione all'ONU per l'istituzione di un Tribunale internazionale per l’incriminazione di persone o organizzazioni, in primo luogo di esponenti religiosi musulmani estremisti, che incitino al terrorismo.

L'idea di appellarsi all'ONU con tale richiesta fu avanzata dallo scrittore e ricercatore giordano dottor Al Shaker al Nabulsi all'inizio di settembre 2004 come reazione alla fatwa proclamata dallo sceicco Yousef Al Qaradhawi - uno dei leader del movimento dei Fratelli Musulmani e una delle più prestigiose autorità religiose degli ambienti islamici - che aveva invitato al rapimento e all'uccisione di cittadini americani in Iraq. L'idea fu sviluppata e stilata da Al Nabulsi, dall'intellettuale tunisino Al 'Afif Al Akhdhar e dall'ex ministro iracheno per la programmazione dottor Jawad Hashem.

La traduzione in italiano del manifesto si trova in : http://www.memri.org/italian/

Alcuni esempi di fatwa

  • Quando il giudice che presiedeva il Tribunale egiziano chiese allo sceicco Mohamed Al Ghazali (uno dei capi del movimento egiziano dei Fratelli Musulmani) di esprimersi sull'assassinio di Faraj Foda (intellettuale laico egiziano) avvenuto nel 1992, l'opinione dello sceicco fu la seguente: "L'assassinio di Faraj Foda fu in realtà l'attuazione della punizione di un apostata che l'imam (lo stato) ha mancato di mettere in pratica (incaricarsene)". Quando l'imputato sentì l'opinione di Al Ghazali, esclamò: "Ora morirò con la coscienza pulita (per aver ucciso Foda)".

  • Il 13 febbraio 2002, il giornale londinese Al Hayat pubblicò una fatwa emessa dallo sceicco saudita Ali Bin Khodair Al Khodhairi con cui si approvavano e si perdonavano gli attentati qaedisti dell'11 settembre a New York e Washington. Nella sua fatwa lo sceicco disse: "Sorprende che si piangano le vittime americane come se fossero innocenti. Questi morti si possono classificare come infedeli americani che non meritano di essere pianti perché ogni americano, per quanto riguarda il suo rapporto col governo americano, è un combattente o un simpatizzante col suo denaro e col suo giudizio. E' legittimo uccidere ognuno di loro, che sia combattente o non combattente, come i vecchi, i ciechi o i non musulmani […]".

  • Sempre lo stesso giorno, Al Hayat pubblicò anche un'altra fatwa emessa dallo sceicco saudita Safar Bin Abdulrahman Al Hawali in cui descriveva gli attentati dell'11 settembre come equivalente ritorsione per l'attacco missilistico del presidente Clinton ai campi di addestramento di Al Qaeda, dopo l'attacco terroristico all'ambasciata americana di Nairobi, in Kenia. Egli proseguiva giustificando l'attacco al World Trade Centre e al Pentagono, descrivendoli come centri per il riciclaggio del denaro sporco, nidi di demoni, cellule spionistiche e covi di mafia.

  • La fatwa emessa dallo sceicco Yousef Al Qaradhawi che autorizzava l'uccisione dei "feti" di ebrei (non nati) perché (secondo lui) una volta che sono nati e cresciuti gli ebrei entreranno a far parte dell'esercito israeliano. Inoltre, il 3 settembre 2004 (all'Unione Giornalisti egiziani), Al Qaradhawi emise una fatwa che spingeva a uccidere tutti i civili americani che lavoravano in Iraq.

  • E il 3 luglio 2004 egli promulgò un'altra fatwa (pubblicata su Al Ahram Al Arabi ) che autorizzava l'uccisione di intellettuali musulmani in quanto apostati, sostenendo che l'Islam giustifica l'uccisione di tali apostati. La fatwa emessa dal tunisino Rashid Al Ghannoushi autorizza l'uccisione di tutti i civili in Israele in quanto, secondo la sua fatwa, "non esistono civili in Israele. La popolazione - maschi, femmine e bambini – sono soldati riservisti, perciò si possono uccidere"»


. FATWA del 27 Settembre 2001

di : Sheikh Yusuf al-Qaradawi [Grand Islamic Scholar and Chairman of the Sunna and Sira Council, Qatar]
Judge Tariq al-Bishri [First Deputy President of the Council d'etat, Ret., Egypt]
Dr. Muhammad S. al-Awa [Professor of Comparative Law and Shari'a, Egypt]
Dr. Haytham al-Khayyat [Islamic Scholar, Syria]
Mr. Fahmi Houaydi [Islamic Author and Columnist, Egypt]
Sheikh Taha Jabir al-Alwani [Chairman of the North America Fiqh Council, Sterling, Va.]


Fatwa of Rajab 10, 1422 AH / September 27, 2001
Click
here for English version; click here to return to Islamic Responses to Terrorism.


FONTE:http://www.unc.edu/~kurzman/Qaradawi_et_al_Arabic_page_3.jpg


La legalità islamica della fabbricazione e dell'uso di uomini-bomba per operazioni di martirio e strage

Fatwa del Dottor Youssef Al-Qardawi (riassunto dal francese, verifica del testo arabo )

Nel nome di Allah il Clemente e il Misericordioso

Molti di quelli che che dopo le operazioni effettuate a Gerusalemme, a Tel Aviv e a 'Asqalane, nelle quali diversi giovani di Hamas hanno perso la vita, hanno posto le seguenti domande:

Queste operazioni « suicide » sono da considerare come Jihad [ sforzo, anche estremo, sulla via di Allah ] oppure terrorismo?

I giovani che si uccidono in queste operazioni sono dei martiri ? Oppure sono semplici suicidi, dal momento che si danno la morte e il Corano dice: « Non vi lanciate, con le vostre proprie mani, nella distruzione » ( 2 : 195) ?

Sono lieto di affermare che queste operazioni rilevano del terrorismo legale così indicato nel Corano: « E preparate, contro di loro [ i nemici] , tutte le forze che potrete [raccogliere] e i cavalli addestrati per terrorizzare ( turhiboona ) il nemico di Allah e il vostro e altri ancora che voi non conoscete, ma che Allah conosce. Tutto quello che spenderete per la causa di Allah vi sarà restituito e non sarete danneggiati » ( Corano, Al-'Anfâl, 8:60 ).

Non sono degli atti sucidari. Colui che si suicida è un essere senza alcuna speranza, si uccide per fuggire i suoi problemi. Mentre il Moujahid, il combattente, utilizza tale metodo come una nuova arma, come una bomba umana che esplode in un luogo e in un momento prestabilito contro i nemici di Allah e della patria : un nemico che resterà, davanti a lui, senza potere [ malgrado le sue armi sofisticate ] ...

Il testo integrale in : www.palestine-info.cc/ french/












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giovedì, novembre 11, 2004

NASSIRIYA , UN ANNO DOPO

A Nassiriya, sud dell'Iraq, sono le 10:45 del 12 novembre 2003. Un camion forza il posto di blocco all'entrata di una base dei carabinieri e prosegue la sua corsa fino a una palazzina che ospita il dipartimento logistico italiano. C'è una sparatoria. Dietro al camion irrompe un autobomba di shaid ( martiri-killer) che finisce la sua corsa esplodendo e causando una strage. Vittime della perfidia dei terroristi 19 italiani tra carabinieri, militari e civili

Roma 18.11.2003 i funerali di Stato delle vittime del terrorismo suicida

Le foto dei caduti

Fonte: www.logifranchi.it/.../ 6_nassiriya.htm

- I messaggi inviati al Ministero della Difesa

I morti di Nassiriya. Perché


Documento

DAL TESTO DELL'OMELIA DI RUINI

“ ...Cari fratelli e sorelle, Gesù nel Vangelo ci ha avvertiti che il criterio in base al quale saremo giudicati è quello dell'amore operoso, che sa riconoscere la sua misteriosa presenza nel più piccolo e più bisognoso dei nostri fratelli in umanità. Abbiamo perciò ascoltato con intima commozione le parole della sposa di uno dei caduti che, dopo aver letto un altro, molto simile brano del Vangelo, quello nel quale Gesù ci invita ad amare anche i nostri nemici, ci ha detto con semplicità che di quella parola di Gesù lei e suo marito avevano fatto la regola della propria vita.

E' questo il grande tesoro che non dobbiamo lasciar strappare dalle nostre coscienze e dai nostri cuori, nemmeno da parte di terroristi assassini. Non fuggiremo davanti a loro, anzi, li fronteggeremo con tutto il coraggio, l'energia e la determinazione di cui siamo capaci. Ma non li odieremo, anzi, non ci stancheremo di sforzarci di far loro capire che tutto l'impegno dell'Italia, compreso il suo coinvolgimento militare, è orientato a salvaguardare e a promuovere una convivenza umana in cui ci siano spazio e dignità per ogni popolo, cultura e religione.

Questi primi anni del nuovo secolo e del nuovo millennio appaiono particolarmente duri, crudeli e tormentati. Troppe popolazioni inermi sono colpite, da ultimo gli ebrei delle sinagoghe di Istanbul. Ma proprio in questa circostanza chiediamo a Dio, con umile fiducia, di rinsaldare nei nostri animi la convinzione e la certezza che il bene è più forte del male e che anche nel nostro mondo, segnato dal peccato, è possibile, con il suo aiuto, costruire condizioni di libertà, di giustizia e di pace.

Mentre affidiamo alla misericordia di Dio le anime dei nostri fratelli caduti a Nassiriya, confermiamo e rinnoviamo il sincero proposito di essere degni della grande eredità che essi ci hanno lasciato.

Vorrei aggiungere un'ultima, sommessa preghiera: la tragedia di Nassiriya ha sollevato in tutta Italia una grande onda di commozione e ci ha fatti sentire tutti più vicini, ma ha anche istillato in noi una sensazione di freddo e di paura, di fronte all'incertezza della vita e alla ferocia che può annidarsi nell'animo umano.

Voglia il Signore riscaldare i nostri cuori, donare speranza e serenità soprattutto a coloro che in questa tragedia hanno perduto i loro cari e devono ora disporsi ad affrontare un futuro non previsto, più triste e più duro. E voglia dare al nostro Paese e alle sue istituzioni efficace e duratura determinazione di non dimenticarli e di non lasciarli soli. Il Signore benedica e protegga il nostro popolo e i nostri soldati".

(18 novembre 2003)

Il testo integrale dell'omelia di Ruini


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giovedì, novembre 11, 2004

ARAFAT: BERTINOTTI, “COSI' QUANDO E' SEMBRATO MORTO E' RISORTOâ€


Roma - ''Singolare destino quello del presidente Arafat. Ha interpretato una causa giusta di un popolo che lotta per aver riconosciuta la propria terra, il proprio Stato, la propria indipendenza. E che per interpretarla ha dovuto subire tante cacciate da tanti paesi. Così quando è sembrato morto è risorto: uomo delle sette vite, è stato detto. Anche questi giorni tormentati sono sembrati sempre segnati dall'incertezza''. Lo ha dichiarato il leader di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti, esprimendo il proprio cordoglio per la scomparsa di Yasser Arafat. ''Anche nelle ore estreme-ha osservato Bertinotti- ha fatto parlare della causa del suo popolo. Ora Arafat è morto, riposa in pace il combattente di una causa giusta. Arafat e la Palestina sono diventati nel mondo la stessa cosa. Così lo ricorderemo ogni volta, e saranno tante, che torneremo ad impegnarci per la pace in Palestina, per due Stati, per due popoli. Il mondo in vui viviamo perde un protagonista, il popolo palestinese il suo leader, i popoli - conclude il segretario di Rifondazione- un leader politico che interpretando la giusta causa di uno appartiene a tutti''. FONTE : Adnkronos (giovedì 11 novembre).

Il Boss è santo, è risorto, e in quanto valore universale appartiene a tutti ? Mah!

- Sulla morte di Arafat rissa sfiorata alla Camera
La Repubblica

IN RETE


Video in ricordo del Grande Fratello del moderno terrorismo: Arafat's Legacy.

FONTE : http://www.honestreporting.com/


- La grottesca agonia di Arafat
di Daniel Pipes
FrontPageMagazine.com

Ovviamente, alcuni palestinesi hanno tratteggiato una teoria cospirativa secondo la quale Israele aveva avvelenato Arafat. L'agenzia di stampa dell'OLP, la WAFA, esige seriamente che venga avviata un'inchiesta sull'esatta natura dell'avvelenamento. "Noi abbiamo diritto di conoscere il tipo e la fonte del veleno come pure l'antidoto e il modo in cui procurarselo", scrive il direttore politico della WAFA. Tuttavia, risulta più interessante la plausibile tesi che "il presidente" stia morendo di AIDS, tenuto soprattutto conto delle sue presunte attività antecedenti alle nozze. David Frum approfondisce questa ipotesi nel National Review Online:

Sappiamo che soffre di una malattia del sangue che attacca il suo sistema immunitario. Sappiamo che all'improvviso è dimagrito di parecchi chili – probabilmente ha perso fino a un terzo del suo peso corporeo. Sappiamo che in modo discontinuo soffre di disfunzioni mentali. A cosa fa pensare tutto ciò?

L'ex capo dei servizi di sicurezza rumeni, Ion Pacepa, rivela nelle sue interessantissime memorie che il regime di Ceaucescu ha fatto filmare le orge di Arafat con le sue guardie del corpo. Se ciò fosse vero, Arafat aveva interesse a nasconderlo al suo popolo e ai suoi sostenitori del mondo islamico, assolutamente intransigenti riguardo l'omosessualità.

Prima di trasportare Arafat in aereo a Parigi, il ministro degli Esteri francese Michel Barnier gli aveva promesso "il suo sostegno". È stato questa la ragione per la quale Arafat aveva scelto di farsi curare in Francia piuttosto che in uno dei fraterni Paesi arabi che a quanto pare appoggiano il suo movimento – perché egli sapeva di poter fare affidamento sui francesi per proteggere i suoi segreti d'alcova?


Version originale anglaise: Arafat's Bedroom Farce

Adaptation française: Alain Jean-Mairet








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mercoledì, novembre 10, 2004

Theo van Gogh 1957 – 2004



SEPPELLIRE IN FRETTA

Nei paesi islamici come l'Iran, l'Egitto o la vicina Algeria basta la fatwa di qualche imam semiletterato per essere sgozzati come blasfemi o come apostati. Finchè tali orrori accadono nella notte dei paesi della mezzaluna in cui il radicalismo islamico è diffuso, è una cosa; avere "un blasfemo" sgozzato in pieno giorno nelle vie di Amsterdam fra gli antichi balconi dell'Europa è un'altra cosa. Eccoli che arrivano, gridando troppo forte alle orecchie del loro dio, proclamando di voler punire chi non ubbidisce solo alla lettera del Corano. E' quanto accade oggi alla luce del grande sole multiculturale e mentitore dell'Europa liberale, libertaria e libertina. Occorre, ancora una volta, mettersi all'ascolto dell'inaudito e del furore che si levano dal cortile di casa, nominare la disperazione del condominio e analizzare le sue figure, invece che lasciar girare il mulinello della paura e del risentimento.

Il problema non è l'Islam in se stesso, quale antica credenza religiosa ovunque in decomposizione, ma quello che ne fanno giovani musulmani come Mohamed Benyahia ( o Bouyeri) quando al contatto di una modernità che sembra virare al disastro adottano una ricomposizione dell'Islam secondo una variante estremista, dai tratti astratti e violenti. L'Islam militante deriva dalla crisi dell'Islam come civilizzazione e fa ricorso al suo vocabolario religioso, ma ne è una versione disperata e maligna, semplificata e ormai globalizzata, misantropica, misogina, omofoba, trionfalistica, millenaristica, anti-moderna, anti-cristiana, anti-semita, terroristica, jihadistica, criminale e suicida, dietro la quale i milardari burattinai del terrore in Arabia saudita come in Iran e in Europa nascondono le nuove ambizioni dell'Islam. Tutto ciò che vi è di atrocemente polarizzato, di aggressivo, di perfido, di fetido e di nostalgico oggi si trova riassunto nella figura politico religiosa dell'uomo-bomba e dell'islam politico che la venera come shaid, ricorrendo a un nobile termine religioso. “Testimone della Fede†e martire-killer si confondono e vengono aureolati – come nei poster in commercio al Cairo come a Gaza o nei suk di Amsterdam – da un tipico sex-appeal spettrale.

Rassegnarsi al dilagare della peste verde, significa premiare la gnosi satanica della cosiddetta esperienza-limite, il misticismo paranoico-sacrificale e la violenza, ripiegare le braccia, guardare altrove, reagire scompostamente, invece di agire. Se per ignoranza, per paura, o per egoismo, i paesi occidentali continuano a mostrare infantilismo verso i carnefici e tolleranza per gli intolleranti, magari agitando loro sotto il naso bandierine arcobaleno se non radici sacralizzate e rizomi marci, invece di fare appello al cuore vivo dell'Europa ed essere intrepidi dovranno anche prepararsi a pagare il costo di ulteriori altri avvenimenti come la scena di sangue ad Amsterdam. E allora diventerà più probabile che l'uccisione di van Gogh, regista e giornalista, sia il primo di molti altri crimini jihadisti a venire, proprio nel campo del giornalismo, della cultura ( o di quella che ne resta, se non si è data alla macchia ) e del mondo letterato europeo. Si tratta peraltro di un mondo letterato dedito a girotondi più leggeri – anche a casa di Fulvia il sabato sera. In queste ore, non a caso, il mondo letterato sembra prostrato al capezzale di Arafat, sempre pronto com'è a innamorarsi dell'uomo sbagliato. Nella maggior parte dei casi è un mondo sazio, sinistrato ed annoiato, ormai talmente predisposto allo sfogo della barbarie da non essersi ancora accorto del sangue di un loro simile, Theo van Gogh, che gronda dai muri della casa comune.


L' Europa è aperta e disponibile da anni a un'immigrazione islamica clandestina e massiccia , favorita dalle nazioni musulmane e dalla mafia. E il numero dei musulmani in “crisi d'identità†si sta sviluppando velocemente, subendo l'attrazione del semplicistico islam jihadista, che offre loro un'identità forte, fissa e violentemente contrapposta ai valori fondanti e ai modi vita della società che li ospita. Tuttavia sollevare tutte le questioni che la mancata integrazione o il suo rifiuto comporta è ancora in gran parte tabù in Europa. Quando il politico olandese Pim Fortuyn ha provato a sollevare alcune di quelle questioni , nel 2002, fu frettolosamente indicato come razzista - in conformità con la tendenza abituale dei media occidentali a ridurre le domande sulla deriva dell'islam e la ridefinizione dei limiti dellla capacità di tolleranza a una questione razziale, quando si tratta dell'ideologia estremista di un islam politico totalitario e maligno. Un islam deterritorializzato e high teach, che si crede portatore del Bene e del Sacro ( di un sacro non depotenziato, quindi allucinato) in società che non sarebbero altro che un'accozzaglia di “miscredenti†rammolliti e di “apostatiâ€, che manda i suoi uomini-bomba ad immolarsi e a terrorizzare in giro per il mondo, e teorizza apertamente non solo il jihadismo scambiato per il nobile jihad, ma anche la dissimulazione e la perfidia per sequestrare l'islam, per piegare le leggi, i costumi civili e i modi di vita dei paesi ospitanti a una versione oscurantista, globalizzata e nazista dell'islam. E anche Fortuyn , naturalmente, è stato assassinato in nome del politicamente corretto: da un sinistrato olandese, un animalista rosso che, secondo il guardian, "lo ha fatto per i musulmani olandesi".

Le morti di Fortuyn e di van Gogh nel cortile di casa rendono insostenibile i costi per il mantenimento di questo tabù, anche perché il prezzo potrebbe salire. Un requisito preliminare della concordia sociale e della pacifica coesistenza delle ideologie nella società è la libertà di discorso - specialmente la libertà di critica, di dissenso e anche di irrisione poco gradevole o stupida. Certo, occorrerebbe eliminare dal nostro vocabolario quelle vecchie parole che ci fanno sentire tutti brutti, stupidi e depressi come quando s'indossa un vecchio cappotto, una tonaca stinta o un turbante che ottunde il pensiero. Ma doversi guardare alle spalle prima di pronunciare parole come “peccato†, “ Maometto†o “non uccidere(" Gij zult niet doden" )
significa che qualcosa nel multiculturalismo europeo non funziona, e che anche le parole forse si sono arruolate per fare la guerra. Dico “forse†perché non sono le parole a fare la guerra, ma la Morte. La morte delle libertà, della concordia civile, della fragile felicità che ancora ci resta, e anche di una certa bellezza, così come della libertà di espressione e dell'ironia che forse ancora per poco ci sarà permesso esercitare in tutta tranquillità e sicurezza.

In preda ai malori di questi giorni esito a chiamarli valori, furono tuttavia l'esito della dura conquista di un reale più largo per tutti dovuto all'azione e al sacrificio di persone generose che erano i nostri migliori parenti. E non lo dico per sgranocchiare qui quelle povere ossa andate in qualche cimitero da qualche parte in Europa insieme a qualche avanzo di radice, ma semplicemente perché non siamo bastardi. Forse non sappiamo chi siamo culturalmente, politicamente, nazionalmente, religiosamente, ma non è una buona ragione per errare, lasciarsi sgozzare come figli di scimmie o cani per le strade della nostra città, oppure aspettare che ci dica chi siamo un qualche sequestratore islamico prima di rilasciarci e regalarci un caftano e una copia del sacro Corano. Se quello che, in noi, è ancora capace di venerazione ci dice che non siamo bastardi, potremmo anche non essere ingrati, e risparmiarci persino il bisogno di partecipare a qualche movimento di riscoperta delle radici cristiane o di ritorno al cattolicesimo, magari in compagnia di qualche principessa cocainomane o attrice con il culo ancora fresco di calendario.

Insomma, benché animati da una curiosità spinta a tentare i limiti, e talvolta oscillando fra rivolta e obbedienza, restiamo pur sempre gli abitanti di uno spazio delimitato da regole liberalmente scelte, quelle della fedeltà e del disinteresse. E abbiamo il diritto di essere qui, e di voler pensare e agire contro la nostra dissipazione. Per non dire della dèrive, questa idiozia di un'Europa diventata – per improvvisa amnesia – una terra di Serbi e di Croati, di Crociati e di Saladini, di Cristiani e di Leoni. Ora, è evidente che se un gruppo di estremisti può immaginarsi come una eletta “comunità di fedeli†a sé stante, uno Stato teocratico in diretto contatto con il Comando espresso loro dall' Onnipotente di combattere con tutti i mezzi il Male rappresentato dalle persone presso le quali vivono, ed esigere con le buone o con le cattive che i relativi membri rimangano al di sopra di ogni critica, significa che un tale gruppo o pulviscolo di fanatici non vuole più convivere pacificamente con gli altri ma si è imbarcato in un percorso di crudeli esazioni e di egemonia dai tratti astratti e violenti. Specialmente se un tale gruppo di barbuti , di incappucciati , di paraculi e di velate si pone al di sopra della verità, della giustizia e del genere umano.

Dopo che Theo van Gogh è stato ucciso ritualmente dal tagliagole islamista, un giovane emulo di Zarkawi, migliaia di persone invece di sfilare mestamente, zitte e mute, alla penombra spettrale delle fiaccolate espiatorie hanno fatto rumore con tamburi, pentole e fischietti nelle vie di Amsterdam. Fra loro, nella cupa atmosfera che si era creata, c'era una donna musulmana che ha dichiato: " non ero d'accordo con van Gogh ma era una persona che ha usato la sua libertà di espressione. Ho deciso che dovevo assumermi la responsabilità di manifestare e dire che noi musulmani marocchini non sosteniamo questo atto."

Ma la credenza musulmana tradizionale che la pena per la blasfemia sia la morte viene predicata ogni giorno dagli imam di numerose moschee e centri islamici in Europa, Corano alla mano, occhi iniettati di sangue e l'indice agitato su e giù. Nessuno realmente conosce quanti musulmani in Europa condividono i punti di vista della donna marocchina al raduno di quei cittadini olandesi e quanti parteggerebbero per l'assassino di van Gogh. Se ne rende conto anche Ahmed Aboutaleb, nato in Marocco e ora assessore all’Istruzione pubblica ad Amsterdam, che il giorno dopo l’omicidio ha insistito per l’espulsione di tutti gli estremisti. “In una società come quella olandese non c’è posto per persone che non condividono i nostri valori di base come la libertà religiosa, la parola libera e il principio dell’antidiscriminazione. Chi non le condivide, deve trarre questa conclusione e andarseneâ€, ha detto in una moschea marocchina di Amsterdam, esortando coraggiosamente i presenti a denunciare subito il minimo fondato sospetto di attività e propaganda terroristiche. Porre in essere azioni di prevenzione a lungo termine, potrebbe essere molto più efficace che azioni drammatiche e violente decise in base all'ira o alla collera del momento. La tentazione di una risposta violenta potrebbe condurre a una tragica ed inutile guerra civile muro contro muro, mentre un approccio più prudente e il ricorso alla coordinazione delle intelligenze e delle legislazioni anti-terroriste dei vari paesi europei, insieme all'ordinato uso della forza, alla comprensione e a qualche compromesso nato da un vero dialogo da entrambe le parti porterà maggiori frutti.

Glossa o sottotesto

D'altra parte, è anche vero che in fondo, molto in fondo, è dai “cuori†di creature ferite che, molecolarmente, può forse nascere un canale di comunicazione tra le moltitudini arabo-islamiche, anch'esse ferite, e “noiâ€: un “noi†rinnovato, cristiano, ma liberato dagli avanzi della vecchia metafisica e dei progetti politici globali. Un “noi†non smemorato o superficiale, in grado di praticare quella cultura che può davvero essere ospitale, perché nonostante le tante fortezze e belle stufe calde, siamo tutti ospiti. Tutti ospiti ed erranti nell'oceano della vita e della morte, nella prospettiva non dico di una nuova etica globale o di qualche Pace universale, ma di essere accolti come vuole il cuore. E non ditemi che si tratta solo di un fatto molto soggettivo, come direbbe anche Woody Allen, e che non proviene invece dal vecchio cuore malato dell'Europa: un vero cuore di poetessa, ovvero un cuore d'acciaio, ancora quindi capace di poesia, di accoglienza e di condivisione . E Dio sa se un po' di poesia e d'ironia non sarebbe utile in questi lugubri momenti di guerra totale, ferocemente ideologica. In ogni caso, trattandosi di un funerale, solo la decenza m'impedisce di decostruire tutto, di mettere in gioco qualsiasi affermazione “ nel senso in cui Nietzsche mette l'affermazione in gioco, con un certo riso e con un certo passo di danza (J. Derrida, in La différance). Concordo con il decostruzionismo nel voler pensare il nome dell'essere senza il conforto del Libro, del Senso e dell'Uno, vale a dire senza nostalgia e quindi fuori dal mito della lingua puramente materna o puramente materna, della patria o della Umma perduta del pensiero. Tuttavia, pur diffidando di ogni appello assoluto, non sono proprio il buon soldato Sc'vèjk, e neanche un disertore. Insomma, nonostante la pratica di qualche modesta deviazione dalla virtù comune e qualche sguardo su deliziosi abissi, vette o baratri, credo di non aver ancora perduto del tutto il contatto con il mio quartier generale.

Oh, Gesù ! Certo, anch'io – come molti, credo – vivo il terrorismo maligno come si vive un cancro, un dolore, un ricordo o una vergogna, cercando di tenerlo al riparo, insieme al buon Gesù, da occhi indiscreti e progetti globali. Tuttavia sarebbe ancora più vergognoso e vile non uscire, per un momento, dalle righe dell'Ordine, per gridare in compagnia di un altro blasfemo, il marchese de Sade affacciato alle sbarre della Bastiglia: “ Cittadini, qui si uccidono prigionieri!â€. Siamo stati tutti sequestrati dal terrorismo jihadista. Incomiciamo già a sentirci un po' tutti delle vittime e a ricordarci della nostra lontana infanzia e delle radici, proprio come accade, puntualmente, alle vittime e ai carnefici. L'osservazione è di Freud: “ Vittime e carnefici si ricordano della loro prima infanziaâ€. Perché no ? C'è la merda, fratelli! Occorre pure che qualcuno vi porti la cattiva novella. Anche in Europa, per contaglio o rivalità mimetica , serpeggia la verdeggiante e giovane peste dell'odio.

Il problema è che il Super-io della nostra cultura ci comanda di amare il prossimo come noi stessi, di amare persino il nemico. Anzi, apparteniamo a una generazione che avrebbe voluto abolire dal vocabolario persino la nozione stessa di “nemicoâ€. L'illusione di un mondo senza nemici non regge più, e la disillusione sarà lenta, si farà nel solco dei sogni di pace universale, di incubi ricorrenti e di folgoranti risvegli. Tutto ciò che nella cultura presente cercherà di conformarsi ideologicamente a quel nobile precetto, sventolando bandierine arcobaleno e andando dove porta il cuore, non farà che moltiplicare le escatologie triviali e svantaggiarci nei confronti di coloro che si pongono al di sopra del precetto culturale, inviandoci le bombe-umane e chissà quale altra porcheria, anche atomica. Quale formidabile ostacolo della cultura è l'aggressione, dal momento che la necessaria difesa contro di essa può renderci altrettanto infelici che l'aggressione stessa !

In un mondo in cui ogni luce è spenta, che pare ormai ridotto a un lunatico vortice di assurdità, quasi illeggibile se non in termini di disperazione di massa e di angoscia politica senza fondo, non resta che pregare in tempo, prima di porre concretamente in essere azioni di contrasto a breve termine e di prevenzione a lungo termine. Potrebbe essere molto più efficace che azioni drammatiche e violente decise in base all'ira o alla collera del momento. La tentazione di una risposta violenta potrebbe condurre a una tragica ed inutile guerra civile muro contro muro, mentre un approccio più prudente e il ricorso alla coordinazione delle intelligenze e delle legislazioni anti-terroriste dei vari paesi europei, insieme all'ordinato uso della forza, alla comprensione e a qualche compromesso nato da un vero dialogo da entrambe le parti forse porterà maggiori frutti. Forse...

IN RETE :

Cose mai viste ad Amsterdam

Risate, applausi e vino per il funerale al fumo di Gauloises di Van Gogh

Polizia ovunque. Il gruppo islamico che rivendicò Taba minaccia attacchi. Il clan degli amici scrive a Mohammed B.

L’arma dell’ironia contro i fanatici
Un gruppo di amici di Van Gogh ha usato contro i fanatici l’arma dell’ironia. Il giorno prima dei funerali ha inviato una lettera al suo assassino, Mohammed B., ferito alla gamba durante la sparatoria prima dell’arresto. E’ durissima e allo stesso tempo piena di humour, nello stile di Van Gogh. Contiene una feroce critica al buonismo multiculturale e alla politica mite del sindaco di Amsterdam, Job Cohen, che “per tenerci tutti insieme†fino a poco fa proponeva una politica il meno repressiva possibile:

“Caro Mohammed e amici, che peccato che sia andata così. Non ci rendevamo conto di aver urtato così la vostra sensibilità. Ma abbiamo imparato la lezione! Come va la gamba? Impegnamoci comunque a tenerci uniti tutti insieme. Con un po’ di rispetto reciproco ci riusciremo di sicuro. Se no, diventa un casino. Potresti darci alcune regole severe su quel che possiamo e non possiamo dire? Dio mio, quanto ci dispiace che tutto questo sia dovuto succedere proprio durante il Ramadan! Faremo di tutto per capire meglio le vostre convinzioni religiose, per evitare ulteriori fraintendimenti. Ci vergognamo da morire, Mohammed. Se tu ti trovi in questa situazione difficile, di sicuro è anche colpa nostra. Questa volta siamo andati troppo in là! Ma facciamo mea culpa. Speriamo che in questa lettera non ci siano cose che potrebbero offendere te o i tuoi correligionari. In quel caso, chiediamo perdono, perché anche noi siamo un po’ frastornati. Bene, ragazzo, tieni duro, cerca di rilassarti, domani è un altro giorno. E ricordati, qualunque cosa succeda, continua a sorridere! Forza e arrivederci. Gli amici di Theo van Goghâ€.

Il testo ha fatto il giro della stampa olandese; nessuno ha osato commentarlo negativamente.

Fonte: http://www.ilfoglio.it/articolo.php?idoggetto=19598

Glossa sulla dhimmitudine
( Aggiornamento Sabato 13 Novembre 2004)

E' un weekend nuvoloso e avrei deciso di andare a cinema. Ma avrei qualcosa da aggiungere sulla dhimmitudine. Scritta nella perdita infinita di un amico barbaramente trucidato nelle vie della nostra città, sgozzato nel nome di Allah su un marciapiede di Amsterdam solo per avere criticato la condizione della donna nell'Islam ed espresso liberamente delle idee, sia pure discutibili, la lettera degli amici di Theo van Gogh diffusa durante il suo funerale ( non so se l'hai letta) esprime ironicamente una triste e troppo dolorosa verità: la condizione di dhimmi a cui sono votati gli abitanti dell'Europa post-nazionale, ovvero gli Eurabici, a cominciare dai francesi , i tedeschi, gli spagnoli e i turchi. La dhimmitudine – che peraltro porta oggi, da Chirac a Ciampi, passando per Bertinotti, a santificare la figura del vecchio terrorista Arraffat - nasce nei popoli e nei suoi dirigenti dalla paura e dalla speranza di poter ottenere qualche compenso dai propri lunatici vicini e di essere lasciati in pace, anche a costo di far finta di niente e di pagare sottobanco il “pizzo†ai prepotenti.

 

Oggi la dhimmitudine si configura come quella condizione e sindrome di asservimento che consiste nella sottomissione e nell'obbedienza alla politica musulmana per essere risparmiati dal jihad e dalla morte.

La dhimmitudine è connessa all'ideologia del jihad e alle disposizioni della sharia che si riferiscono al trattamento dei kafir ( miscredenti, letteralmente “ingrati†verso Allah) ed è un elemento fondamentale del complesso processo storico di re-islamizzazione delle vicine società arabo-islamiche in generale e medio-orientali in particolare, e di islamizzazione con le buone ( propaganda, entrismo, dissimulazione ecc. ) o con le cattive ( terrorismo) delle civiltà giudaico- cristiana, buddista e indù. Civiltà che peraltro avrebbero potuto incontrarsi come “due mani che si congiungono†e superare le semplicistiche metafische estroverse e un monoteismo dai tratti astratti e violenti - secondo l'espressione di Levi Strauss – e che però non a caso restano separate dalla spada dell'Islam oggi in pieno marasama paranoico-sacrificale e la sua ricorrente e violenta frapposizione.

L'America per il momento non intende rinunciare alla propria libertà e difficilmente potrebbe accodarsi all'Europa nella asservita condizione di un dhimmi, anzi manteniene la propria determinazione a combattere la guerra contro il jahidismo in nome della libertà e dei diritti umani .
Più in generale, l'epoca somiglia a quella dell'ascesa sfolgorante ( e proprio per questo non vista ) del nazismo in Europa, solo che allora c'era uno Stato, la Germania uscita umiliata dalla guerra e in pieno boom demografico, che incarnava le ambizioni del giovane totalitarismo in camicia bruna, mentre oggi l'oscurantismo armato è ubiquitario e globalmente diffuso fra moltitudini in preda a una vera e propria disperazione di massa. Poiché colpisce specialmente numerosi giovani islamici in “crisi d'identitàâ€, la chiamo la peste verde, ma forse è più simile a un cancro e alle sue metastasi verdi, rosse e brune, che non a una peste semplicemente nera e in qualche modo isolabile e circoscrivibile in un ambito definito.
Alla luce sinistra del vocabolario religioso e fanatico usato dal fondamentalismo islamico e messo in pratica dal jahidismo, così come dell'interesse che gli ambienti estremisti dimostrano per le armi chimiche, batteriologiche e atomiche, il pericolo è di estrema gravità e il problema fondamentale resta, ancora una volta, se, e fino a che punto, le civilizzazioni e le culture riusciranno a dominare i turbamenti e i marasmi della vita collettiva provocati dalle pulsioni aggressive e distruttive degli uomini e delle donne cosiddetti civilizzati.
Buona parte della presente inquietudine, infelicità, apprensione deriva dal terrorismo di matrice islamica e transnazionale, che rischia di contagiarci tutti in una guerra che sembra volersi consumare senza fine sul pianeta in bilico: la sempiterna lotta fra i dèmoni, i fantasmi e i corpi dell'odio e dell'amore, il cui esito resta imprevedibile. In Europa se qualcosa ci opprime non sempre siamo stati capaci di ribellarci, ma poi per fortuna è arrivata la cavalleria a stelle e strisce. Non è detto che potrebbe essere ancora così e che non si diventi eurabici, asserviti e spenti in un'Europa, penisoletta dell'Asia, trasformatasi – per improvvisa amnesia – in una terra di Serbi e di Croati, di Saladini e di Crociati, di Indios con la kefiah e di babbuini col machete, ritornando così all'età della pietra e della clava fra i deserti di polvere roteante e sotto nubi radioattive dal Mediterraneo alla Scandinavia.
Per i lugubri ayatollah avere qualche milione di martiri in estatico godimento nel paradiso delle Urì sarebbe il massimo a cui porterebbe lo sforzo estremo sulla via di Allah. E in fondo, molto in fondo, neanche per noi cattolici – parlo per me - non sarebbe una così grande tragedia, dal momento che sappiamo che questo mondo non è eterno e che gli enigmi dell'odio e dell'amore troveranno svelamento e compimento nell'Apocalisse che fu annunciata ai profeti e ai nostri padri e madri. Ma per gli altri ? Per quelli che non sono così fanatici ? Risvegliarsi all'improvviso e impreparati in Paradiso potrebbe anche essere un inferno.
E' sempre sgradevole criticare e apparire come uno di quei villani che, mentre il tempo stringe, ti chiamano con un fischio o ti sbattono la realtà, l'atroce realtà, sul pavimento. Ad ogni modo, prima che il fanatico ci sgozzi per affrettare i tempi, mentre ce ne andiamo tranquillamente in bicicletta per le vie della città, o che salti il supermercato all'angolo e la stazione centrale, forse sarebbe meglio pregare in tempo e prepararsi in tempo alle cose mai viste e all'inaudito. Facendo appello, aggiungerei, più che agli avanzi di radice o a qualche rizoma desiderante, alle risorse civili, militari, culturali e spirituali che forse ancora restano al cuore malato e così poco intrepido della vecchia Europa . Forse. A meno che non sia meglio dimenticare tutte queste brutte storie che ci uccidono, minimizzare, negare, rassegnarsi e seppellire in fretta, facendo finta che non sia successo niente, e però con il rischio di svegliarci, ancora volta, dopo l'olocausto, fra quelli che non sapevano e che non avranno mai saputo. D'altra parte è anche vero che è quando si vuole sapere che ci si sbaglia. Se non fossero oggi in vigore il politicamente corretto e condizioni demagogiche per la costituzione di una coscienza, direi di fare appello a una coscienza e alle fragili libertà che ancora ci restano, indispensabili all'esercizio di una coscienza.

***


La Paura, da “Fisiologia delle passioniâ€, album del dottor Guillame Duchenne de Boulogne, 1862

***

Joseph Ratzinger
Ratzinger, l’Occidente che fu e quello che sarà
I
l Foglio, 14 maggio 2004
«L’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di compassione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. La multiculturalità sicuramente non può sussistere senza rispetto di ciò che è sacro. Certo, noi possiamo e dobbiamo imparare da ciò che è sacro per gli altri, ma proprio davanti agli altri e per gli altri è nostro dovere nutrire in noi stessi il rispetto davanti a ciò che è sacro e mostrare il volto di Dio che ci è apparso - del Dio che ha compassione dei poveri e dei deboli, delle vedove e degli orfani, dello straniero; del Dio che è talmente umano che egli stesso è diventato un uomo, un uomo sofferente, che soffrendo insieme a noi dà al dolore dignità e speranza».

  • Marcello Pera
    Per un jihad giudeo - cristiano
    Il Foglio, 14 maggio 2004
    «Mentre noi consentiamo che accanto alle chiese delle nostre parrocchie fioriscano moschee, nella stragrande maggioranza dei paesi musulmani non è concesso costruire una chiesa. Peggio, mentre i musulmani non consentono la reciprocità dei nostri principi e valori, noi ci concediamo la decostruzione relativistica di quegli stessi principi e valori e teorizziamo il dialogo. Un esempio di questa debolezza è nel modo in cui è si è negativamente risolta la questione del richiamo alle radici cristiane nel preambolo della Costituzione dell’Europa unita. È vero che la maggior parte delle nostre conquiste derivano, positivamente o criticamente, dal messaggio di Dio che si è fatto uomo (…). E allora, perché è andata così? Nell’era del relativismo trionfante il vero non esiste più. La missione del vero è considerata fondamentalismo, e la stessa affermazione del vero fa paura o solleva timori. Non sto chiedendo il rifiuto del dialogo. Sto chiedendo un’altra cosa, che è più fondamentale: sto chiedendo la consapevolezza che il dialogo non serve a niente se, in anticipo, uno dei dialoganti, dichiara che una tesi vale l’altra».

  • incontro al Teatro Nuovo di San Babila, con Buttiglione e Ferrara, titolato IL PROCESSO ALLA STREGA CATTOLICA:

    http://audio-5.radioradicale.it/ramgen/s7.2.2/uni_michele_0_20041106191846.rm?start




















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lunedì, novembre 08, 2004

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sabato, novembre 06, 2004

CONSIGLIO DI LETTURA


Nicolás Gómez en la Hacienda Canoas Gómez.

Nicolás Gómez Dávila (1913-1994). Una rilettura libertaria a dieci anni dalla morte.

Il 17 maggio 1994 si spegneva, a Bogotá, uno dei più penetranti pensatori reazionari, o piuttosto conservatori cattolici dell’America latina; nel 1990, nella sua opera panoramica sulla saggistica ispano-americana, J M Oviedo lo definiva, seccamente, un “ilustre desconoscidoâ€.

In effetti, anche nella sua natia Colombia, il nome di Nicolás Gómez Dávila era quasi ignoto. Vi sono diverse ragioni per questo. Innanzi tutto la sua opera si concentrava tutta, a parte due brevi saggi, in volumi di limitata diffusione e a carattere quasi esclusivamente aforistico. Poi, egli non aveva fatto nulla per diventare un “personaggioâ€, non amava la notorietà, non ostante le cariche pubbliche che gli erano state offerte nel suo Paese. E finalmente perché il suo pensiero era profondamente provocatorio, nella sua essenza cattolico-conservatrice, scandalosamente vicino a De Maistre, a Donoso Cortés, a tutta una tradizione scomoda, in quanto apparentemente del tutto antimoderna

Ecco perché non ostante il profluvio di opere e autori dell’America latina, che hanno invaso la world literature (come fa notare bene Franco Volpi, che lo ha presentato, come vedremo, al pubblico italiano con una silloge pubblicata da Adelphi nel 2001) e spesso non si elevano da una confortevole mediocrità, raccontando alla fine in toni oleografici e vagamente esoticheggianti, da lettura al Club Mediterranée, solo quel che gli europei e gli americani del Nord si aspettano di leggere su quei luoghi, questo autore è rimasto ignoto, e, a quanto ne sappiamo, neppure il decimo anniversario della sua scomparsa ha suscitato grandi attenzioni. Per altro, a partire dalla collocazione che le danno Marx ed Engels nel Manifesto del 1848, la stessa categoria di “letteratura del mondoâ€, (Weltliteratur) è da guardare con estremo sospetto.

Ad un acuto storico della filosofia dell’Università di Padova, Franco Volpi, già fine esegeta di un altro scomodo alla fine però (nella sua lontananza dal Cristianesimo, cosa che lo ha reso molto à la page in Italia per un certo periodo) più… accomodante, Schopenhauer, si deve l’edizione italiana citata di una scelta degli aforismi di Gómez Dávila, In margine a un testo implicito , nella bella traduzione di Lucio Sessa ( Adelphi, Milano 2001).

Per altro, vale la pena di segnalare che a Volpi si deve anche una recentissima, acuta sintesi sul Nichilismo (Laterza, 2004), e un ponderoso Dizionario delle opere filosofiche (Bruno Mondadori, 2000). Gómez Dávila non amava viaggiare. Si era formato in un collegio benedettino a Parigi, e si era recato in Europa per la seconda e ultima volta nel 1949 con la moglie, viaggiando per sei mesi nel Vecchio Continente in automobile (ci domandiamo se esistano documenti scritti su quel viaggio, crediamo che sarebbero estremamente interessanti). Ma viaggiava, quanto il suo contemporaneo Borges, che peraltro lo stimava assai, solo nel mondo dei libri. Ne aveva raccolti, con enormi spese e altrettanta cura (ma era di famiglia assai ricca) circa trentamila, nella sua grande casa in stile Tudor, bianca ed elegante, a Bogotá.

Di questa casa la biblioteca era ovviamente il baricentro, egli vi trascorreva giornate intere leggendo, leggendo, leggendo e meditando. Da queste letture distillava aforismi pregnanti, acutissimi, che ben si inseriscono nella tradizione di un Rivarol, di un Cioran. La sua prima raccolta di aforismi, vastissima, è del 1977. La sua ultima, a completamento dei primi, del 1992.

Eco notevole, in Europa, l’ha trovato solo in Germania, paese notoriamente amante dello stile e genere aforistico, che ha avuto, da Lichtenberg a Horkheimer (l’ultimo, quello dei diari), a Deschner (fieramente anticattolico, lettura speculare a quella di Nicolás Gómez Dávila) abili e brillanti cultori. Ora, qual è quel “testo implicito†cui egli dedica i suoi commenti? Vi sono diverse interpretazioni, ne dà conto Volpi nella postfazione al volume adelphiano, ma alla fine ci pare che quel testo sia Dio stesso, o le sue espressioni, in quanto Dio cristiano, nei Vangeli, o altrimenti nel “libro della Creazioneâ€, uno dei paradigmi di leggibilità del mondo (e Hans Blumenberg avrebbe certamente lodato lo scrittore colombiano, se lo avesse conosciuto, cosa che ignoriamo se sia avvenuta).

Nella generale rinascita, su profonde basi speculative, del pensiero libertario cattolico, Michael Novak soprattutto, ma anche altri, nella scia di Roepke e Adenauer, e, più liberale che libertario certo, il nostro Sturzo, Nicolás Gómez Dávila può essere agilmente riletto vedendolo come una stella déplacée di tale rivoluzionaria (non v’è rivoluzione del pensiero politico maggiore che quella auspicata, e realizzata al contempo, ai tempi nostri, dal pensiero libertario) costellazione.

Ed ecco dunque, per sostenere la mia tesi, più che un’interpretazione, una eloquente silloge della silloge “volpianaâ€: “Nel nostro secolo, ogni impresa collettiva edifica prigioniâ€. “Per Dio non ci sono che individui†(splendida verità…). “L’uomo democratico ha bisogno di credere che sta inventando ciò che gli altri gli suggerisconoâ€. “Man mano che cresce lo Stato decresce l’individuoâ€. “La politica saggia è l’arte di rafforzare la società e di indebolire lo Statoâ€. “Le virtù della povertà fioriscono solo nel ricco che si spoglia delle sue ricchezzeâ€. “Lo scetticismo è l’umiltà dell’intelligenzaâ€.

E, per tanti intellettuali italioti, di ieri ma anche di oggi: “L’adesione al comunismo è il rito che permette all’intellettuale borghese di esorcizzare la sua cattiva coscienza senza abiurare il suo essere borgheseâ€. E, tanto per concludere in bellezza: “La democrazia celebra il culto dell’umanità su una piramide di craniâ€. Meditate (se lo Stato novello conte Ugolino non vi ha masticato anche il vostro ultimo lacerto di cervello), gente, meditate.

Paolo Bernardini

Fonte: Nuova Agenzia Radicale - Agenzia Stampa

Estratto da: News del 28-10-2004


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Nicolás Gómez Dávila - BREVI FRASI

"Il cattolicesimo non risolve tutti i problemi, ma è l'unica dottrina che li propone tutti".

"La Chiesa contemporanea pratica di preferenza un cattolicesimo elettorale. Preferisce l'entusiasmo delle grandi masse alle convinzioni intellettuali".

"I problemi metafisici non assillano l’uomo perché li risolva, ma perché li viva".

"Respiro male in un mondo non attraversato da ombre sacre".

"Se Dio fosse il punto d’arrivo di un ragionamento, non sentirei alcuna necessità di adorarlo. Ma Dio non è solo la sostanza di ciò che spero, è anche la sostanza di ciò che vivo".

"Non parlo di Dio, per convertire qualcuno, ma perché è l’unico tema di cui valga la pena parlare".

"Un libro che non abbia Dio, o l’assenza di Dio, come protagonista clandestino, è privo d’interesse";

"Essere cristiani è trovarsi di fronte a colui cui non possiamo nasconderci, di fronte a cui non possiamo mascherarci. È assumersi il peso di dire la verità anche quando offende".

"Quando smetterà di essere la presenza della Grecia nell'anima cristiana, l'Occidente sarà morto"

"La morte di Dio, è una falsa notizia messa in giro dal diavolo che mentiva sapendo di mentire";

"Il più grande errore moderno non è l’annuncio della morte di Dio, ma l’essersi persuasi della morte del diavolo";

"Da quando la religione si secolarizza, come unico testimone di Dio rimane Satana". :

"L’uomo è il rifugio più fragile per l’uomo";

"Per sfidare Dio l’uomo gonfia il proprio vuoto".

"Ciò che non è persona in fondo non è nulla".

"Non l’originalità della dottrina ma la divinità di Cristo determina l’importanza del cristianesimo".

"Perché amare?" è l’unica domanda impossibile: L’amore non è mistero, ma luogo in cui il mistero si dissolve".

“Solo la sottomissione a Dio non è vile. L'unica precauzione sta nel pregare in tempo... ".

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Glossa

Pregare in tempo ? Così, piegato dal tempo come un punto di domanda: ? E da lontano, ai gomiti e ai ginocchi ? Io non so se ci sarà davvero un Tu alla fine, e neanche se ci sarà mai fine al continuo venire all'esistenza di questa fiumana di gioie e di dolori che potremmo chiamare esistenza condizionata, o anche oceano della vita e della morte. Tuttavia qualcosa ( che non è un “qualcosaâ€) c'è – implicito in ogni minimo gesto raro di poesia, d'intelligenza o di compassione... Questi angeli perduti nel tempo e nello spazio, e che non sono una risposta, non ci liberano dal male, ma ci salvano dalla disperazione. E forse sono già presenti nell'attesa, non inerte, di una voce che risponda e non sia un'eco...



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mercoledì, novembre 03, 2004

NON LO ACCETTIAMO


Theo van Gogh giace morto in una strada di Amsterdam

 

ASSASSINATO IL CINEASTA E GIORNALISTA OLANDESE THEO VAN GOGH, AUTORE DI OPERE SGRADITE AI MILITANTI ISLAMICI IN EUROPA

Il regista olandese Theo vanGogh , 47 anni, freddato ieri mattina ad Amsterdam nei pressi di East Park, aveva ricevuto minacce di morte subito dopo l'uscita all'inizio dell'anno del suo film "Submission", un film sulla realtà femminile musulmana. Il cortometraggio di 10 minuti che trattava del problema della violenza contro le donne musulmane, anche quelle che vivono in Europa, aveva sollevato polemiche con la comunità islamica.

L'uomo con doppia nazionalita' marocchina e olandese che ieri e' stato arrestato per l'omicidio del regista era in contatto con gli estremisti islamici dei Paesi Bassi. Sebbene il giovane 26enne, apparentemente ben integrato nella società olandese, non appartenesse al gruppo dei 150 estremisti islamici tenuti sotto la costante sorveglianza dei servizi di sicurezza, aveva contatti con membri di questo gruppo. Lo scrivono i ministri olandesi dell'Interno, Johan Remkes, e della Giustizia, Piet Hein, in una nota congiunta indirizzata al parlamento dell'Aia.


L'omicidio in pieno giorno del regista mentre andava in bicicletta ha suscitato grande emozione in Olanda dove diverse migliaia di persone si sono radunate nel centro della città di Amsterdam ( oggi divenuta, come per improvvisa amnesia, Islamsterdam) munite di tamburi, pentole, fischietti ed altri strumenti sonori, dichiaratamente per farsi sentire da chi minimizza la gravità della situazione creata dai ricorrenti e sempre più gravi episodi di intolleranza politico-religiosa di matrice islamica ."Non vogliamo silenzio, vogliamo rumore - ha detto al raduno il sindaco, Job Cohen - questo genere di cose non possono accadere ad Amsterdam una città che ha sempre fatto onore alla libertà di espressione". Le Ferrovie olandesi hanno reso noto che i treni in circolazione ad Amsterdam hanno fischiato per dimostrare la solidarietà del personale ed era previsto che anche le chiese suonassero le loro campane.

( Il video della cupa protesta popolare per l'assassinio di Theo Van Gogh sul sito del Telegraaf.nl )

I maggiori quotidiani oggi pubblicano la notizia con grande risalto in prima pagina. Il 'De Telegraaf' titola ''Massacrato'' con la foto di van Gogh pugnalato al petto. ''Non lo accettiamo'' e' il titolo scelto da 'Algemeen Dagblad', interprete della volonta' popolare che chiede maggior protezione per la liberta' di esprimere le proprie idee, in Europa...

“SOTTOMISSIONEâ€

Con il suo cortometraggio "Submission" il discendente del pittore Vincent Van Gogh aveva attirato su di sé l'odio dei fondamentalisti e nazi-teo-scientisti islamici, anche di quelli preposti a tagliare la gola ai “cani infedeliâ€, agli "apostati" e a tutti quelli che li fanno arrabbiare esprimendo la minima critica alla loro concezione misogina, militonta, per niente rilassata o spirituale, ma anzi paranoica dell'islam. Il corto mostrava una donna coperta da un velo trasparente che lasciava intravedere parti del corpo su cui erano scritti testi in lingua araba che descrivono le punizioni fisiche consentite dal Corano e dalla sciaria per le donne disobbedienti. Lo riportano alcuni siti internet cinematografici.


- Un video in olandese con alcune immagini del cortometraggio Submission

- Submission, il film di Theo van Gogh è qui

grazie a Harry’s Place

e a Wind Rose Hotel

Autore della sceneggiatura di "Submission" è la deputata Ayaan Hirsi Ali - una rifugiata somala di 46 anni, cittadina e politica olandese cresciuta secondo i principi dell'Islam, ma anche critica sul ruolo della donna nella cultura musulmana, dopo averne subito di cotte e di crude. La Hirsi Ali vive protetta dalla polizia e guardie del corpo, dopo aver ricevuto numerose minacce di morte.

Il primo ministro olandese Jan Peter Balkenende e altri politici dell'Aia hanno espresso preoccupazione per il brutale omicidio. Boris Dietrich, leader dei Democratici olandesi (Demokaraten 66), ha paragonato l'uccisione di van Gogh all'assassinio di Pym Fortuyn ( il sociologo e politico olandese gay, critico del multiculturalismo, ucciso da un animalista il 6 maggio del 2002 ). "Entrambi erano difensori della libertà di espressione, non si stancavano mai di denunciare il proliferare del radicalismo islamico e la polarizzazione della società olandese", ha detto Dietrich.

Theo van Gogh, definito dalla Cnn il "difensore delle donne islamiche", era nato nel 1957 all'Aia. Arrivò al successo nel 1996 con il film "Blind date"; in agosto il suo film "Submission", realizzato con la deputata Ayaan Hirsi Ali e trasmesso dalla tv olandese provocò diverse minacce di morte a entrambi. Anche la serie tv
Najib & Julia una soap opera del 2002 - ha suscitato polemiche nella comunità islamica olandese (lui è marocchino e lei olandese).

IN RETE :

Dutch filmaker and journalist Theo Van Gogh murdered by Islamo facists in Amsterdam - Militant Islam Monitor press release

Il testo della rivendicazione jahidista dell'assassinio di Theo van Gogh in forma di lettera aperta indirizzata al deputato Hirsi Ali, pubblicata dal Volkskrant

Fonte: http://www.volkskrant.nl/binnenland/1099635454264.html

Traduzione italiana: ( ...) Tu e i tuoi compari sapete benissimo che l'odierna gioventù islamica è un diamante grezzo che deve soltanto esser ripulito, affinché possa diffondere la sua luce della Verità che tutto penetra. Il vostro terrorismo intellettuale non fermerà questo processo, ma al contrario lo affretterà soltanto.
L'islam trionferà attraverso il sangue dei martiri. Diffonderà la sua luce in ogni angolo buio di questa terra e se necessario ricaccerà con la spada il male nel suo covo oscuro.
La lotta che si è scatenata è diversa da ogni lotta precedente. Gli infedeli fondamentalisti l'hanno iniziata e inshallah saranno i veri credenti a concluderla.
Non ci sarà pietà per gli iniqui, solo la spada sarà alzata su di loro. Niente discussioni, niente manifestazioni, niente marce, niente petizioni: solo la MORTE separerà la verità dalla Menzogna.
Dite: 'Avanti, la morte che cercate di evitare vi troverà certamente, dopodiché sarete ricondotti a Colui che conosce l'ineffabile ed Egli vi comunicherà ciò che avete commesso'.

E come disse un grande Profeta:
'E io so per certo che tu, Faraone, perirai'.
Così noi vogliamo usare simili parole e farci precedere da queste, cosicché i cieli e le stelle raccoglieranno la notizia e la diffonderanno come un'onda di marea in ogni angolo dell'universo.
'Io so per certo che tu, America, perirai'.
'Io so per certo che tu, Europa, perirai'.
'Io so per certo che tu, Olanda, perirai'.

Fonte: http://xoomer.virgilio.it/gdekker/giampaolo/archivi/2004/11/index1104.html#05.1915

Grazie al Griso

---------------

“...Come ha detto ieri Jozias van Aartsen, capogruppo del partito VVD alla Camera: “La lettera è pura follia, alla quale non rispondo. Ma bisogna prendere sul serio la gente che ci sta dietroâ€. Come i sei compagni di Mohamed Benyahia , arrestati come possibili complici e da ieri formalmente accusati di “appartenenza a una società criminale con finalità terroristiche aventi per scopo l’uccisione di Theo van Gogh, Ayaan Hirshi Ali e/o altriâ€. Il ministro della Giustizia, Piet Hein Donner, ieri ha dichiarato inoltre che la rete di potenziali terroristi islamici in Olanda è “molto più ampia di quanto fino a ora si è credutoâ€.
Lo stesso presidente della moschea Al Ourna di Amsterdam, Mohammed Adardour, ha avvertito che molti giovani marocchini assistono a conferenze per pochi intimi dov’è glorificato il martirio. Ma parole simili si sentono pure in alcune moschee come la El Tawheed, frequentata pure da Mohammed B. Qui l’imam Mahmoud el Sharshaby nelle sue prediche sostiene che gli ebrei dominano i media e l’industria delle armi e che con i cristiani vogliono distruggere l’islam, mentre sono distribuiti dépliant in cui cristiani, ebrei e non credenti sono chiamati: “Legna da ardere nell’infernoâ€. In una casa di culto musulmano a Rotterdam, l’imam ha detto che “chi dipinge i versi del corano su una donna nuda merita di essere ammazzato come un porcoâ€. Ora l’Olanda si interroga su come reagire a ciò che si rivela sempre di più una minaccia reale.†(06/11/2004)

Da secchione a jihadista autodidatta che inzuppa le parole nel sangue...
da: Il Foglio - 6 nov 2004

La lettera esprime, ancora una volta, una “follia†diffusa negli ambienti dell'estremismo islamico, ovvero la teoria fondamentale del nazi-teoscientismo islamico, secondo cui l'islam è in pericolo per colpa di una congiura giudeo-cristiana, e che occorre dare l'ultima parola non all'uomo ma al Dio islamico della Legge fissa e immutabile. Procedendo lungo l'asse paranoico-sacrificale, la Legge astratta finisce con il confondersi con la morte, nel disperato sforzo jahidista di re-islamizzare la modernità facendo passare quelle persone vive e concrete designate come “infedeli†e “musulmani apostati†per l'Origine allucinata, tramite sgozzamento rituale nel nome del Dio oscuro.

Altri Articoli

  1. Theo van Gogh : Amsterdam's angry neighborhood Imam

  2. Happy Chaos' : Theo van Gogh confronts Arab European League leader Diab Abu Jah Jah in Amsterdam

- THEO VAN GOGH - Murdered by terrorist in Amsterdam - filmmaker and journalist shot and stabbed by militant Islamist

- Theo van Gogh, un omicidio multiculturale (e rituale)
“ “Non lo fare, pietàâ€. Poi la scarica di colpi, infine la lama taglia la gola del regista “come una pagnottaâ€-
Il Foglio

Link

- Dhimmi Watch: Director of 'insulting' Islamic film gets protection -

- Dhimmi watch

- Theo van Gogh : Den Onde Imam fra Amsterdam og omegn
... Er under konstant politibevogtning. Theo van Gogh er i familie med den berømte
hollandske maler Vincent. hjemmeside. ... Frafalden Muslim og advarer mod Islam. ...
www.balder.org/articles/ Theo-van-Gogh-Den-Vrede-Imam-fra-Amsterdam.php - 21k


  • FOK!frontpage / Reviews / Over de hypocrisie van de Islam /
    ... Een door moslims ondertekende petitie om Theo Van Gogh het zwijgen op te leggen ... Kritiek
    op de islam zou niet moeten mogen, niet moeten kunnen, en waar het maar ...

  • Dhimmis and Dhimmitude
    Status of the people of the book under islamic rule.
    www.dhimmi.org/ - 1k - 1 nov 2004




    Fonte: http://www.gregoriusnekschot.nl/cartoons.html

  • Aggiornamento 8 Novembre 2004

    L'OLANDA ADDOLORATA E STRESSATA




    Altre foto su Theo van gogh...



    Alcuni musulmani prendono le distanze dall'uccisione del regista olandese, altri se ne rallegrano:

    “ AHAHAHAHAHAHAHAH

    Theo van Gogh Murdered, Alhamdulillahâ€

    ( Theo Van Gogh è stato ucciso, grazie ad Allah!)

    Fonte: Islamic Forum

    -----------

    Gli olandesi si ribellano

    La barbara uccisione del regista Theo Van Gogh da parte di un membro di una cellula islamica, il giovane jihadista Mohamed Benyahia di origine marocchina avvenuta martedì in una strada di Amsterdam ha provocato un brusco risveglio dal dolce e bellissimo sogno del multiculturalismo. La dittatura del politicamente corretto a tutti i costi , le continue minacce e l'oppressione islamica a cui sono sottoposti gli olandesi ha purtroppo anche sollevato il coperchio della violenta reazione anti islamica in Olanda. Tra venerdì e domenica notte vari tentativi di incendio di moschee, poi nellla notte tra domenca e lunedì l'ultimo episodio in ordine di tempo: un'esplosione avvenuta in una scuola islamica di Eindhoven, senza fare vittime.

    Per gli estremisti islamici siamo tutti scimmie e maiali da sgozzare: è questo il messaggio del terrorismo maligno, il cosìddetto jihad ambiguitario e diffuso anche in Europa. Dietro il linguaggio religioso dello sforzo sulla via di Allah e la pratica delle più crudeli esazioni, si nascondono le nuove ambizioni dell'islam politico in generale. Molti musulmani europei continuano a tacere, una frangia organizzata e attiva si rallegra delle umiliazioni inflitte ai kafir, mentre una minoranza cosiddetta moderata cerca di prendere le distanze da quelli che restano comunque “fratelli che sbaglianoâ€, cercando tra molte ambiguità i modi della concordia civile e dell'aiuto reciproco.

  • IN RETE

  • - Murder of Theo Van Gogh & the Decline of the West

  • - Jihad in Holland

  • - Se l'odio contagia l'Europa







































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